La vita piccolaè il titolo dell’opera scritta a quattro mani da Domenico Cersosimo e Sonia Serazzi per i tipi di Rubbettino. Quella del testo non è una piccola vita, non è la vita avara di emozioni, relazioni, affetti, soddisfazioni. È la buona vita, che diventa il filo conduttore del carteggio tra i due autori, che fa da trama alla dialettica che anima la narrazione.
La visione, la prospettiva che si offrono della realtà e della collettività sono quelle dell’esigenza di giungere ad un ribaltamento di quei valori che hanno illusoriamente motivato le scelte di milioni di uomini dalla seconda metà del XX secolo.
L’opera contiene il giudizio inappellabile del fallimento dell’intera filosofia di azione e di pensiero che ha spinto l’umanità a credere nel benefico gigantismo del progresso e nella misura della felicità secondo la stima di un benessere materiale pagato a caro prezzo.
Lo scambio epistolare rimette al centro del dilemma il modello della città e quello del paese, e contiene la scelta di un’esistenza ancorata a comunità ristrette ma vere, distante dall’alienazione isolante di un contesto cittadino dove la moltitudine genera rapporti solo apparenti.
Il paese di cui parlano gli autori del libro non è il luogo idealizzato della retorica dei borghi. Nascondere la concreta storicità del paese dietro la parola borgo, significa operare una mistificazione, poiché la parola stessa non descrive una comunità reale ma indica posti immaginari – come fondali cinematografici – dove non scorre la quotidianità vera, ma solo gli eserciti di turisti in cerca dell’emozione del passato.
Le pagine del libro ci fanno incontrare il punto di vista economico-analitico di Cersosimo e quello letterario e umano della Serazzi, che ci accompagnano, lungo le strade strette e vere del paese, a gustare il sapore di queste realtà – che piccole non sono mai veramente, ché intrise di una forza e dignità grandissima – restituendoci una visione del mondo libera dagli stereotipi dei macrocosmi, che fanno intendere i cittadini non già come individui, ma come “dividui”, come entità frammentate.
Il testo affronta i nodi profondi della povertà e della distanza tra disuguaglianza e differenza. “La distanza economica diventa distanza morale. E una società senza reciproco riconoscimento è una società sempre più fragile”. E davvero basta il merito a raccontare la storia di chi parte svantaggiato, ignorando le zavorre materiali e l’ambiente circostante?
Forse in qualche modo il libro risponde, dando spazio alle “cose da niente” che abitano e nutrono le vite dei centri minori, i dettagli trascurati, i gesti quotidiani e i sogni che diventano “una questione altamente politica”.
Evocativa è la copertina, realizzata da Alessandro Cersosimo, porta di ingresso di un mondo raccolto, lontano dall’ostentazione metropolitana, che pare quasi un invito, un manifesto a rallentare, fermarsi, restare con i piedi nudi per terra.
È l’importanza delle piccole realtà che generano quel sentimento ormai quasi sconosciuto che è la fiducia. Condividendo gli stessi spazi – conoscendosi – non c’è bisogno di scartoffie legali e complesse a regolare i rapporti, basta la fiducia e “quando la fiducia è diffusa, l’economia diventa più leggera”. Sono le scelte quotidiane “quelle che si impastano al mattino e lievitano in atti limpidi e sicuri, liberi”. Attenzione quindi al prossimo, al valore di un sorriso, della scuola o di un abito sobrio e perché no?, alla scrittura come atto rivoluzionario.
Possiamo certamente affermare il valore educativo, pedagogico, umano di questo scritto – saggio poetico, potremmo definirlo – di Domenico Cersosimo e Sonia Serazzi che ci restituisce un mondo all’altezza dei sogni che ciascun individuo dovrebbe desiderare per sé e per la sua comunità, costruito con quella cura dolce e paziente che pretende la terra da chi sa ancora aspettare il tempo del frutto. Salvare la vita piccola è davvero una forma di resistenza gentile, un patto d’amore con il territorio e la sua gente. Riflettiamoci.
Emanuela Stella

