“L’anniversario” Andrea Bajani Premio Strega 2025

L’anniversario, il nuovo libro di Andrea Bajani, è un romanzo che lava i panni sporchi in pubblico e svela il regime totalitario vigente in tante famiglie apparentemente “normali”.

“Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo.”

Potremmo prendere in prestito il celeberrimo incipit di Anna Karenina di Lev Tolstoj per introdurre il nuovo libro di Andrea Bajani, L’anniversario, dal 28 gennaio in libreria edito da Feltrinelli.

L’anniversario del titolo fa riferimento ai dieci anni trascorsi dal giorno in cui un uomo — “il figlio” (nel romanzo non ci sono nomi propri ma solo indicazioni parentali come “mio padre”, “mia madre”, “mia sorella”, “la madre di mio padre” ecc…) — voce narrante di una storia che ha tutta l’aria di essere autobiografica, compie un gesto tanto definitivo quanto scandaloso per la nostra società impregnata di cultura cattolica e moralismo benpensante: abbandonare i propri genitori. Un abbandono che a distanza di dieci anni è sentito e vissuto senza rimorso ma al contrario come una liberazione:

“Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita”.

Quello che Andrea Bajani, o, se preferiamo, il protagonista della storia, recide è un legame tossico con quella che oggi siamo soliti chiamare una famiglia disfunzionale. Un microcosmo caratterizzato da una logorante tensione quotidiana e da una violenza sottile e onnipervasiva che quando non deflagrava in episodi di brutalità esplicita si concretizzava tuttavia in prepotenze, prevaricazioni e abusi di carattere psicologico.

L’anniversario è la storia di un figlio che assiste impotente e, quasi con un fondo di viltà, al perpetuarsi di questa situazione asfittica, ma è anche la storia del padre e, soprattutto, della madre, che danno vita a tale dinamica familiare malata.

Il padre è un uomo dedito all’“affermazione vittimaria di sé”. Un uomo autoritario e irascibile che dietro una parvenza di normalità nasconde un bisogno d’amore perverso e patologico, attraverso il quale tiene in scacco tutta la famiglia: “Mio padre aveva infatti fondato la sua gestione del potere sull’intimidazione, sull’allusione cioè a scenari violenti che si sarebbero verificati se il nostro agire non fosse stato conforme alle sue volontà. E siccome questa sua gestione era la conseguenza di un disturbo tanto profondo quanto non diagnosticato, e rispondeva quindi a una logica allucinata che si saldava alla consuetudine patriarcale moltiplicandone gli effetti, il senso di minaccia era la costante della nostra vita quotidiana. […] In un cortocircuito insondabile generato nei labirinti della psiche, attraverso la violenza mio padre pretendeva amore. […] La paura, nelle forme dell’intimidazione, era il suo strumento primo, l’unico a cui ricorreva quando non sentiva arrivargli amore a sufficienza. […] Mio padre, in sintesi, aveva bisogno di spaventare per sentirsi amato.”

La madre, vale a dire colei che dovrebbe essere la vittima dell’uomo che ha sposato, è una donna che ha scelto di vivere ai margini, di annullarsi condannandosi a un’esistenza senza desideri e senza emozioni. Il rapporto col marito è talmente malato che, quando lui la picchiava, lei metteva in atto “una sua maniera specifica di essere servile” al fine di costringere l’uomo a perdonarla, perché perdonare per lui “era l’unico modo se non per chiedere perdono, certo per venire assolto” e in questo perverso e contraddittorio rapporto era lei a dominare su di lui. A ben vedere, nel terribile e oltremodo malato ménage matrimoniale che si delinea nelle pagine del romanzo, la figura veramente agghiacciante non è quella del padre ma quella della madre, con la sua apatica “rinuncia alla vita”, la sua perenne “distrazione” come tratto caratteriale e peculiarità esistenziale, il suo costante “essere altrove” e non dare valore né alla vita né alla morte, né propria, né dei propri figli, né di nessuno.

Per lei la morte è semplicemente “una cosa che accade”, esattamente come la vita. Questa sua “profonda negazione della vita” sfociava a volte in atti di “abiezione” totale in cui lei si umiliava deliberatamente, come la volta in cui per lavarsi i denti utilizzò l’acqua dello sciacquone perché il marito, in vista di una partenza, aveva chiuso il rubinetto centrale onde evitare che, in caso di perdite, l’appartamento si allagasse, e lei non voleva dargli fastidio o provocarne le ire. E tuttavia, ci informa Bajani, sbaglieremmo se credessimo che questa donna avesse paura del marito e proprio in tale mancanza di paura sta forse “l’indicibile segreto” di questa relazione, tanto che viene da chiedersi se dietro il comportamento di lei vi fosse un’inclinazione all’adattamento e dunque un adeguarsi al carattere autoritario e violento di lui, o non, invece, l’emergere di un tratto caratteriale innato che la votava alla sottomissione e che nell’incontro col futuro marito aveva trovato il legame perfetto.

La narrazione che il figlio ne fa è orientata a restituirle centralità, ma questo può accadere solo “scorporando” la figura della madre da quella del padre, quindi soltanto dopo l’avvenuto distacco dalla famiglia, ossia quando, come scrive Bajani, “la scrittura, colpendo parola dopo parola il monolite di una memoria familiare occupata per intero da lui, riesce a estrarre mia madre dalla roccia. Questo accedere, attraverso l’invenzione, a ciò che il ricordo non possiede, è precisamente la forza brutale del romanzo. Che si disinteressa quasi sempre del reale e fornisce sempre il vero.”

L’anniversario è un romanzo che lava i panni sporchi in pubblico e svela il regime totalitario vigente in tante famiglie apparentemente “normali”. Che tali sono giudicate non solo da chi vive fuori da quel microcosmo reazionario e fascistoide, ma anche da coloro che lo subiscono, ritenendolo funzionale a un sistema familiare a tenuta stagna, chiuso e impermeabile all’esterno. Raccontare questa realtà carceraria equivale a scoperchiare il vaso di Pandora e a infrangere il più inviolabile dei tabù. La cosa che maggiormente sorprende in tale contesto claustrofobico è la calma con cui la vicenda viene raccontata, senza parossismi e con una sobrietà, una moderazione, un controllo delle emozioni capaci di intensificare la presa emotiva che i fatti narrati esercitano sul lettore.

Leggi anche la recensione de Il libro delle case di Andrea Bajani

Andrea Bajani usa la scrittura come fosse un bisturi: è tagliente, asettica, puntuale e rigorosa, esatta e senza sbavature, non si concede fronzoli né cedimenti di sorta e, tuttavia, sa essere fortemente evocativa e regalare immagini di austero lirismo — non dimentichiamo che oltre a frequentare il genere romanzesco, Bajani non disdegna i territori della poesia e ha all’attivo ben tre raccolte di versi: Promemoria (Einaudi, 2017), Dimora naturale (Einaudi, 2020) e L’amore viene prima (Feltrinelli, 2022).

Limpide e inesorabili le parole di Andrea Bajani scandagliano la vastità del male che può annidarsi nelle case di tutti e di ciascuno e smantellano la più sacra e intoccabile delle istituzioni italiche: la famiglia.

Antonella Falco

0 Condivisioni