Accumulare libri senza leggerli: teoria e storia di una pratica sempre più diffusaFoto di Beyzaa Yurtkuran da Pexels

In Giappone hanno coniato anche un termine per definirla. È tsundoku, l’arte di collezionare e accumulare libri che non si leggeranno mai.

Parimenti al fatto che leggere non renda affatto migliori gli esseri umani, che i libri non vadano per forza letti è un assunto condiviso da molti. Condiviso da chi i libri li scrive – e spesso ciò può financo rivelarsi salvifico per l’immagine degli autori –, da chi i libri li produce – gli editori, per i quali lo scopo culturale dell’editoria è oramai retrocesso in basse categorie lasciando campo solamente al fine economico, all’ottenimento di un profitto – e da chi li acquista, o riceve, o eredita, o “ruba” – fra ampie virgolette, ché l’onta d’ignominia universalmente associata al verbo rubare non si confà a chi prende (ecco, il verbo prendere è ben più appropriato) i libri da luoghi in cui non ha senso essi stiano (alberghetti, bar, casette pubbliche per il bookcrossing, talvolta, perché no, anche biblioteche) donando loro una vita più degna e onorevole, salvandoli dal deterioramento e dall’oblio.

Lettori e non lettori

Gli esponenti più illuminati della categoria generalmente chiamata dei lettori saranno di certo d’accordo circa quanto espresso in incipit, e conosceranno, di conseguenza, il fastidio fisico derivante dalla urticante domanda che, presto o tardi, un improvvido ospite finirà per profferire dinanzi alla sua degnamente nutrita biblioteca domestica: “Quanti libri! Ma li hai letti tutti?”.

È capitato a ogni proprietario di una ragguardevole collezione libraria, inevitabilmente. Una domanda così ingenua e banale che identifica in maniera inequivocabile la sottocategoria di lettore cui appartiene il suo enunciatore. Un individuo che Umberto Eco, senza girarci troppo attorno, avrebbe definito imbecille. È la categoria dei non lettori, o tuttalpiù dei lettori deboli, come vengono marchiati dai compilatori delle parziali e lacunose classifiche di lettura coloro che leggono al massimo tre libri nell’arco di un anno.

La classifica dei 10 libri più belli del 2024
Foto di Engin Akyurt da Pexels

Sapere quali libri leggere

Perciò: “Ma li hai letti tutti?”. No! E vivaddio che sia così. Anche perché non tutti i libri valgon la pena di essere letti e nella nostra epoca angariata da una inutile quanto dannosa sovrapproduzione editoriale è determinante saper scegliere quale libro leggere su altre cento o mille possibilità.

Tsundoku, l’arte di accumulare libri

Ritorniamo quindi al pensiero iniziale, concetto partecipato da buona parte del mondo, tanto sdoganato che una nazione ha addirittura coniato un termine per definire la pratica dell’accumulare libri senza necessità di leggerli.

In Giappone, infatti, patria di una nobile letteratura molto apprezzata anche in Europa, esiste una parola atta a descrivere l’azione e l’arte di collezionare e ammonticchiare libri – sugli scaffali, sugli scrittoi, sui comodini, sul pavimento – che non si leggeranno mai. È tsundoku, frutto dell’unione dei lemmi tsunde, che sta per ammucchiare, accumulare, e oku e doku, rispettivamente lasciare e leggere.

Nata nella seconda metà dell’Ottocento – epoca in cui, dopo millenni di chiusura, il Paese del Sol Levante si apriva gradualmente al resto del pianeta – più con il senso di lasciare un segno di sé ai posteri, il termine nipponico ha un suo possibile corrispettivo occidentale nel neologismo antilibrary, l’attitudine, sovente definita morbosa, di chi è solito portare in casa nuovi libri seppur ne abbia una colonna alta così ancora da leggere.

Non è un caso che il termine sia stato generato in Oriente: è nel mondo arabo, in effetti, che secoli fa il collezionismo dei libri era già abitudine diffusa, un vizio malvisto dagli europei per lungo tempo, pure durante i Lumi del Settecento.

L’accumulatore di libri

Il profilo tipo dell’accumulatore di libri, sia esso distinto da tratti somatici occidentali o orientali, ha solitamente trascorsi professionali presso biblioteche, librerie o case editrici. In linea generale, l’accumulatore seriale è colui che ama i libri non soltanto per il loro contenuto, ma anche per almeno altri due connotati. Il grado di antichità e/o rarità di un volume e le caratteristiche esteriori che questo presenta: la veste grafica, la carta, i materiali usati, i dettagli adottati, l’odore che emana, aspetti che stimolano il tatto, la vista e l’olfatto – e quindi il cervello – del lettore, trasmettendogli una sensazione immediata di benessere.

Georg Reimer, In biblioteca (1850-66, Museo Nazionale di Varsavia). Foto di Georg Reimer – cyfrowe.mnw.art.pl di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

I libri che ci sopravvivranno

La storia dei sapiens è piena di scrittori, studiosi e letterati, bibliomani e bibliofili che hanno trascorso la loro esistenza a collezionare libri, a incrementare il numero delle opere conservate nella propria biblioteca, nel proprio harem, per dirla con Ralph Waldo Emerson. Voltaire, Walter Benjamin, Jorge Luis Borges, Giorgio Manganelli, Vittorio Sereni, Umberto Eco, Gianfranco Dioguardi, Roberto Calasso, Giampiero Mughini, indefessi tsundoku della prima ora.

Leggi anche Se il lettore non c’è più: oltre il 60% degli italiani non legge neppure un libro all’anno

Accumulare libri compulsivamente, in fin dei conti, non va intesa come una pratica che tradisce un che di patologico, ma come espressione di un interesse polimorfo, di una curiosità che non conosce confini, di una inestinguibile sete di conoscenza. Pure una certa visione della vita, ché bisogna essere in possesso di una buona dose di umiltà, altruismo e filantropia per persistere nell’acquisto di beni come i libri sicuri di non poterli “consumare” tutti e consci del fatto che questi ci sopravvivranno – scrive Anna Momigliano in un bell’articolo apparso su Rivista Studio che è palese quanto “la nostra aspettativa di lettura supera tragicamente la nostra aspettativa di vita” –, proseguiranno la loro vita oltre noi.

Libri compagni di viaggio, testimoni e complici del nostro passaggio in Terra. Libri che, finendo in buone mani postume, un giorno, magari, potranno parlare anche di noi.

Foto di Beyzaa Yurtkuran da Pexels

Antonio Pagliuso

0 Condivisioni