Recensioni: “Pasolini giornalista” di Domenico Marino

Attraverso il giornalismo, Pier Paolo Pasolini diede sfogo alla sua vena critica contro la omologazione e il conformismo della società capitalistica. Domenico Marino racconta il Pasolini giornalista ucciso cinquant’anni fa rincorrendo un sogno di verità.

Poesia, narrativa, saggistica, critica letteraria, giornalismo, cinema: è vasta la gamma di linguaggi frequentati da Pier Paolo Pasolini, perciò è quanto mai appropriata la frase con la quale Domenico Marino apre il saggio da lui firmato e di cui parliamo: “Pier Paolo Pasolini è stato anche un giornalista”. Il giornalismo, quindi, come una frangia, pur tanto espressiva, dell’attività di scrittore, come PPP preferiva sempre definirsi.

Fra le pagine di Pasolini giornalista – volume uscito per i tipi di Luigi Pellegrini in occasione dei cinquant’anni dalla scomparsa dell’intellettuale –, Domenico Marino suddivide l’impegno giornalistico di Pasolini – un “giornalista impuro, sporcato da macchie letterarie e saggistiche” – in tre distinti momenti: il critico, l’eretico e, infine, il corsaro e luterano.

Seguendo un ordine cronologico, il lavoro del docente e autore nato a Sibari si inaugura con le esperienze artistiche giovanili di Pasolini. È la prima metà degli anni quaranta quando, a Bologna, PPP è fra gli ideatori della rivista di poesia Eredi; del medesimo arco di tempo – quello del disastroso ingresso italiano nella Seconda guerra mondiale voluto dal governo fascista –, dà alle stampe la sua raccolta d’esordio, Poesie a Casarsa (uscita a Bologna nel luglio del ’42), che accompagna le collaborazioni con i periodici Architrave e Il Setaccio, entrambe esperienze segnate da alterne fortune, ma che formarono il futuro polemista avverso al potere degradante dei regimi totalitari e all’appiattimento culturale da essi provocato.

Col principio del decennio successivo – che coincide con il trasferimento a Roma, assieme all’adorata madre Susanna –, Pasolini comincia a essere corteggiato dalle maggiori riviste letterarie della Penisola. I testi apparsi sulla Fiera Letteraria, Botteghe Oscure, Poesia e Libertà d’Italia ne rafforzano anche l’immagine pubblica.

“Gli anni Cinquanta rappresentano una stagione di grande produzione letteraria. Scrive di tutto: poesie, racconti, sceneggiature, dialoghi e soggetti per film, articoli e recensioni per giornali.”

Roma è la città che gli dona la notorietà internazionale e quella in cui esplode e trova il giusto riconoscimento la sua sfaccettata arte, dalla poesia alla narrativa e, più avanti, dal réportage alla filmografia.

Nelle pagine di Pasolini giornalista vengono citate e analizzate le diverse incursioni giornalistiche del Pasolini fine osservatore della realtà e presago dei suoi sviluppi prossimi – e non soltanto quelle più conosciute e pungenti, ad esempio la tanto strumentalizzata poesia-denuncia Il PCI ai giovani del ’68 –, congiungendo queste ai viaggi, agli impegni cinematografici e televisivi e alle susseguenti querele e denunce che si moltiplicano a partire dagli anni sessanta e fino al termine della sua esistenza.

Con quella che Marino definisce la fase del corsaro e luterano, si entra nel periodo più significativo e discusso dell’attività giornalistica di Pier Paolo Pasolini, quello dei toni apocalittici e della “lucida coscienza profetica” che tutti i lettori gli attribuiscono, come nota nella sua prefazione Caterina Verbaro.

Con la sua voce – la cui tonalità definitiva si imposta mediante collaborazioni come quelle col settimanale comunista Vie Nuove e col periodico Tempo illustrato, su cui dirige la rubrica “Il caos” – PPP intende “influire sul mondo e sulla degradazione che la borghesia e i suoi derivati, conformismo e massificazione, stanno provocando nel mondo”.

Attraverso gli interventi del biennio ’73-’75 sul Corriere della sera, il quotidiano della borghesia italiana – si consiglia la lettura perlomeno di: Il genocidio, Il Potere senza volto, Lettera aperta a Italo Calvino: P.: quello che rimpiango, Cos’è questo golpe?, Il vuoto del potere in Italia, ovvero il celebre articolo delle lucciole –, Pier Paolo Pasolini si consacra come il maggiore polemista del suo tempo. Sempre più pugnace, sempre più divisivo, sempre più scomodo.

“Un autore – diceva in un’intervista –, quando è disinteressato e appassionato, è sempre una contestazione vivente. Non appena apre bocca un artista è per forza impegnato, perché il suo aprire bocca è scandaloso sempre.”

In quegli ultimi anni, il già poeta e critico letterario inaugura una nuova lingua, entrando in lotta contro la classe dirigente e la società piccoloborghese, violente e ignoranti, del Paese. Si susseguono i contribuiti contro l’omologazione della società, la sistematica soppressione della civiltà paleo industriale, la ricerca cieca dello sviluppo economico a svantaggio del progresso sociale, la rivoluzione antropologica causata dalla dittatura del consumismo – il “più repressivo totalitarismo che si sia mai visto” –, esercitato anche attraverso il massiccio utilizzo dei media, su tutti la tivù che pur Pasolini ammetteva di sfruttare, cinicamente, “un’arma letale per il controllo dell’opinione pubblica”.

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Una autentica crociata solitaria che, afferma Domenico Marino, ha portato l’intellettuale “a scontrarsi con il Potere, denunciare e morire assassinato” in quella “notte sbagliata”, avvolta tuttora da nubi, del 2 novembre 1975. Alla luce di questa riflessione, condivisa da molti, si potrebbe annoverare Pier Paolo Pasolini fra i tanti giornalisti vittime innocenti del proprio lavoro, uccisi inseguendo la verità.

Antonio Pagliuso

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