La sua poesia slittò dal lirismo campestre ai versi teppisti, tetri e pregni di incubi degli ultimi anni a Leningrado prima del suicidio. Sergej Esenin si toglieva la vita 100 anni fa. Autore di culto, lo omaggiarono in tanti e Majakovskij gli dedicò una accorata poesia.
“In questa vita non è nuovo morire,
ma più nuovo non è nemmeno vivere.”
Con queste righe laconiche, scritte col sangue, la notte fra il 27 e il 28 dicembre 1925, cento anni fa, si congedava dalla vita Sergej Aleksandrovič Esenin. Il poeta, appena trentenne, si suicidò in una camera d’albergo all’Hotel Angleterre di Leningrado, sulla Malaja Morskaja, non lontano dalla Prospettiva Nevskij. Il suo corpo fu trovato appeso alle tubazioni dell’impianto di riscaldamento della stanza.
100 anni dalla morte di Sergej Esenin
Quello di Esenin è uno dei nomi più alti della poesia russa – e quindi della letteratura mondiale – del Novecento.
Non sarà mai possibile identificare con certezza il destinatario dell’estremo messaggio: forse era diretto ad Anatolij Mariengof, poeta imaginista; più probabilmente, all’amico Vol’f Erlich. Comunque sia, quella notte si spense la voce di uno dei maggiori cantori di quella irripetibile generazione di poeti che la Russia avrebbe dissipato, per dirla con le puntuali parole del critico e storico della letteratura Roman Jakobson, fra i feroci anni venti e trenta del secolo scorso.
A ricordare, attraverso commenti e componimenti, il poeta scomparso furono tanti eminenti personaggi della cultura russa del tempo: da Lev Trockij a Marina Cvetaeva, da Il’ja Ėrenburg a Vladimir Majakovskij. Proprio Majakovskij, il “megafono della Rivoluzione”, dedicò al poeta teppista una poesia, stesa già nei giorni successivi alla prematura morte.
La poesia di Majakovskij per Esenin
L’omaggio dell’autore della Nuvola in calzoni, poeta altrettanto inquieto e che si toglierà la vita soli cinque anni dopo, con un colpo di pistola al cuore – “il tuo sparo fu simile a un Etna / in un pianoro di codardi e di codarde”, avrebbe scritto Boris Pasternak –, comincia così:
“Voi ve ne siete andato, / come suol dirsi, / all’altro mondo. / Il vuoto… / Volate, / fendendo le stelle. / Senza un acconto, / senza libagioni. / Sobrietà. / No, Esenin, / questo / non è dileggio, – / in gola / ho un groppo di pena, / non un ghigno. / Vedo / che con la mano recisa, esitando, / dondolate il sacco / delle vostre / ossa. / Smettetela, / cessate! / Siete matto? / Lasciarsi / imbiancare / le guance / dal gesso mortale? / Proprio voi / che sapevate sbizzarrirvi, / come nessun altro / a questo / mondo. / Perché, / a che scopo?”
Scritta a caldo, la lirica fu letta da Majakovskij in diverse conferenze in giro per le città dell’Unione Sovietica, per poi essere pubblicata, nella sua forma definitiva, il 16 aprile 1926 sulle pagine della Zarjà Vostòka (L’aurora d’Oriente), giornale di Tbilisi.

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La storia di Sergej Esenin, poeta contadino
Nato il 3 ottobre 1895 a Konstantinovo, villaggio sulla riva destra dell’Oka, Sergej Esenin è stato un autore di culto già in vita. Popolarissimo in ogni strato della società e sfruttato dalla propaganda bolscevica, la breve esistenza di Esenin fu segnata dagli eccessi, dall’onda mediatica che travolse e annegò il poeta contadino. Le immagini idilliache della campagna natia, affine all’antica Rus’, furono presto cancellate dai bagliori della città e dal ventaglio delle sue fugaci tentazioni che ne ottenebrarono lo spirito, portandolo a generare versi sempre più amareggiati, crudeli, tetri, proiezione di tutte le sue paure. L’acme di questo itinerario spaventevole è il poema L’uomo nero, scritto nell’anno del suicidio e che sfuma così:
“Ah tu, notte!
Che m’hai combinato, notte?
Me ne sto in piedi qui col mio cilindro.
Non c’è nessuno con me.
Sono solo…
Con uno specchio in frantumi…”
A impastarne la distruzione contribuirono le continue nevrosi, l’abuso di alcol e una serie infinita di relazioni amorose fra le quali spiccano quelle con la nota ballerina Isadora Duncan – ai tempi, una liaison da copertina – e, l’ultima, con Sof’ja Tolstaja, nipote del celebre scrittore.
“Impulsivo, sconnesso, agitato da divergenti stati d’animo – annotò nella sua pioneristica e monumentale Poesia russa del Novecento Angelo Maria Ripellino –, passò con umore mutevole dall’umiltà al teppismo, dalla preghiera al sacrilegio, spesso mischiando nel più arruffato disordine docili note di devozione e veementi immagini volgari.”

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La Rivoluzione tradita
Giunto a Mosca nel 1915, Esenin fu fervente sostenitore della Rivoluzione d’ottobre. Al pari di Majakovskij e di un altro illustre nome della poesia russa e vittima eccellente del nuovo Stato, quell’Aleksandr Blok che lo introdusse ai poeti Sergej Gorodeckij, Nikolaj Kljuev e Andrej Belyj, “l’ultimo poeta della campagna” – così Esenin si proclamò in un componimento del 1919 – era convinto che la revoljutsija avrebbe cambiato la vita dell’intero popolo russo, per poi disilludersene presto, lanciando critiche al governo bolscevico, nemico dei poeti, degli intellettuali, di tutti i pensatori del Paese:
“La mia poesia qui non è più necessaria
e forse io stesso qui non sono necessario.
[…]
Sono almeno contento di averti servito.
Anche se oggi nessuno mi canta,
io cantavo quando il paese era malato”.
In quegli anni di grandissimo fermento politico e culturale a cavallo fra gli anni dieci e la costituzione dell’Urss, Esenin aderì all’imaginismo, uno degli innumerevoli movimenti artistici che fiorirono in quell’arco di tempo: imaginisti, cubofuturisti, egofuturisti, acmeisti, tuttisti, nullisti. Ce ne era per ogni gusto.
In gran parte implosero e scomparvero in pochi anni, se non mesi. Alcune correnti però resistettero, permettendo ai loro più significativi esponenti di conquistare uno scranno nella storia aurea della letteratura. Fra questi, senza dubbio, Sergej Esenin e Vladimir Majakovskij, due poeti uniti dall’impeto sovversivo dei loro versi, dalla forza inesauribile della loro poesia e dagli epiloghi tragici consumatisi nel vortice del diluvio rivoluzionario, in una delle pagine più cruente della storia russa.
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Parafrasando le ultime parole di Esenin, Majakovskij chiudeva così la sua accorata poesia in memoria del compagno poeta:
“In questa vita
non è difficile morire.
Vivere
è di gran lunga più difficile”.
Francobollo sovietico del 1975 dedicato a Esenin
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Antonio Pagliuso

