Se il XX secolo è stato definito “il secolo delle patologie del carisma politico”, il XXI cosa simboleggerà?
Con questo interrogativo conduco il lettore all’abbrivio di tale recensione sul saggio di Jean-Claude Monod, Il capo in democrazia. Politica e carisma, (traduzione di Chetro De Carolis per Castelvecchi), un pregevole lavoro che ci riporta in un primo momento a riflessioni filosofiche del Novecento riguardanti il potere carismatico del leader secondo Max Weber, nonché a figure carismatiche come quella identificata in Hitler, dopodiché, sostenendo il filo rosso dell’argomentazione, Monod esamina la contraddizione difficilmente conciliante tra “capo” e “democrazia”.
Nell’introduzione sostiene che “il fascismo e il nazismo si sono esplicitamente costruiti come ideologie del potere incarnato nel capo, della legge ‘vivente’ contro la legge astratta, della gerarchia tra gli uomini contro l’uguaglianza di tutti”; mentre, con Marx ed Engels non vi sono tracce di un investimento politico nella figura del leader, poiché doveva esserci un potere collettivo e non personale, sebbene, paradossalmente, costui aggiunga in modo ironico: “Lenin si è incaricato, con altri, di prepararla, articolando insieme la comprensione delle leggi storiche della lotta di classe, la ‘guida’ delle masse da parte del Partito e la piramide del Partito stesso sotto l’egida del capo inflessibile”. Al di là di tali “regimi carismatici patologici”: fascismo, nazismo, stalinismo, nel volume si cerca di comprendere la questione del “carisma politico”, anche se nell’Oggi sembra non aver senso di esistere, in quanto il carisma viene attribuito non più alla persona ma si oggettiva nel “denaro” che acquista “forza”, “potere”, e nella “tecnologia” che lo consolida. Su tal punto forse occorrerebbe soffermarsi.
Non dimentichiamo però che la discussione è centrata sull’interrogativo: “il capo democratico è una figura impossibile?”, una questione che “potrebbe in ogni caso offrire un importante strumento non solo per cercare di individuare le radici della profonda ambivalenza che caratterizza il sentimento spesso espresso dai governati dei Paesi democratici nei confronti dei loro governanti, […], ma anche per comprendere l’attuale crisi di fiducia nella possibilità stessa di un leader democratico che dedichi le proprie energie non tanto alla conquista o alla conservazione del potere, quanto al suo esercizio in favore del popolo”.
Se nella prima parte sono declinate le “tipologie del capo”, con chiari riferimenti ad Aristotele, Schmitt, Kojève, Agamben, nella seconda l’autore distingue l’apparente unicità in dualità e ne predispone la “rottura” individuando con originalità le metafore attraverso le quali si ricorre per simboleggiare il potere. Successivamente, la parte conclusiva è dedicata alla crisi della figura carismatica del capo e all’emergere dell’uomo medio, e infatti, Jean-Claude Monod sottolinea: “In questa sezione, vorremmo appunto mettere in luce alcune trasformazioni nella comprensione della Storia e nella pratica storiografica che ci hanno definitivamente allontanato da una visione ‘alla Treitschke’, senza per questo portarci all’idea quietista del carattere radicalmente vano dell’azione storica. Ma soprattutto, l’azione storica non è più da pensare come appannaggio di qualche ‘grande uomo’, bensì come la risultante di un insieme di azioni e di interazioni in cui entra effettivamente l’azione di alcuni ‘leader’, che si possono talvolta qualificare come ‘grandi uomini’, ma anche un numero incalcolabile di azioni più o meno “firmate’, più o meno anonime: quelle degli ‘uomini medi’”.
Mi sembra in tal caso interessante assumere a riferimento il testo di Giacomo Marramao, Contro il potere (La Nave di Teseo), dove si ordiscono le trame (forse in parallelo con Monod) del “deficit simbolico del politico” e della politica in un universalismo della differenza capace di “destrutturare la corsa ossessiva identitaria” di un paese, di quel “volto demoniaco del potere” che si nasconde dietro la maschera della menzogna. Si pensi anche ad Arendt, nella cui disamina dell’autore sono contenute alcune osservazioni tratte per lo più dall’opera Vita activa. La condizione umana, pubblicata postuma.
Infine, un aspetto di analisi filosofico-politica è dedicato alla “questione di genere come questione politica” fino alle sfere familiari, all’eliminazione del “capo-famiglia”, probabile per Jean-Claude Monod, ma a quanto pare definitiva fino a riposizionamento di ruoli e riconoscimenti nella famiglia che ha anch’essa assunto una trasformazione nel corso dei decenni; sicché, come in una sorta di “eterno ritorno” nel saggio Il capo in democrazia. Politica e carisma si torna a indicare esempi di capo carismatico, o carisma democratico, come quello appartenente alla figura di Obama e ai paradossi dell’autorità che si sono rivelati nel corso della contemporaneità, oltre alla manifesta presenza di un divario tra “democrazia e liberalismo”, dispositivi che sono stati costantemente discussi da filosofi, politologi, sociologi politici, economisti politici, e posti in opposizione o talvolta inevitabilmente concilianti. Il filosofo francese conclude però – squadernando il lavoro – con la fiducia e la speranza di Spinoza (e la sua geniale personalità), nel trovare una “ragione democratica” anche quando non sembrano sussistere né ragioni né democrazie.
Alessandra Peluso

