Rileggendo l’opera di Corrado Alvaro, risalta quanto le figure femminili siano centrali nei suoi scritti. La condizione delle donne del Sud depresso, isolato e dimenticato, “terra oscura, senza peccato e senza redenzione”, per dirla con Carlo Levi, è tema fra i più percorsi del lungo e sfaccettato percorso letterario e giornalistico di Corrado Alvaro, lo scrittore e letterato nato il 15 aprile 1895, centotrenta anni fa.
Da San Luca, paese natio della Calabria, nel cuore dell’Aspromonte, Alvaro conquistò con la sua capacità descrittiva il mondo culturale dell’Italia a cavallo fra le due guerre mondiali e nell’ultima decade della sua esistenza, terminata nel 1956 per un male incurabile. Vincitore del Premio Strega nel 1951 con il memoir Quasi una vita, Corrado Alvaro è stato fine scrittore ed eccellente giornalista – direttore nella complicatissima estate del ’43 del Popolo di Roma e, nel dopoguerra, del foglio napoletano Il Risorgimento –, nonché reporter di viaggio, traduttore, sceneggiatore e drammaturgo.
Nella sua poliedrica attività culturale l’opera manifesto rimane Gente in Aspromonte, raccolta citatissima – senza dubbio più citata che letta – che lo scrittore pubblicò nel 1930 a Firenze presso l’editore Felice Le Monnier.

Il Corrado Alvaro di Gente in Aspromonte
In quel 1930, l’allora trentacinquenne Alvaro aveva sperimentato i dolori e l’assurdità della guerra – nel primo conflitto bellico era stato inviato a combattere sul fronte orientale italiano – e, intrapresa la carriera giornalistica e letteraria, vissuto e conosciuto molti altri scenari dipartirtisi dalla sua culla aspromontana – era stato nel Nord Italia, in Francia, in Germania. Nel corso del decennio che cominciava, si sarebbe inoltre approcciato a culture altre come quella turca e quella russa, raccontate in approfonditi reportage per La Stampa, successivamente racchiusi in volume, rispettivamente col titolo di Viaggio in Turchia e I maestri del diluvio. Viaggio nella Russia Sovietica (più avanti Viaggio in Russia). Un ventaglio di esperienze che formarono il grande intellettuale europeo che oggi tutti riconoscono.
Pubblicato l’anno seguente l’uscita de L’amata alla finestra – altra raccolta di racconti veristici, fortemente orientati verso l’universo femminile –, Gente in Aspromonte si compone di tredici brevi racconti nei quali le donne ricoprono un ruolo cruciale elevandosi a metafora stessa della Calabria: terra e donna subalterna, avvilita da millenni di domini, affascinante e crudele, selvatica e negletta, sopraffatta da un destino segnato. Nella introduzione che correda l’edizione Garzanti, lo scrittore, giornalista e intellettuale Mario Pomilio la definisce “la prima opera della sua maturità”.
Uno dei racconti più recisi dell’antologia, che reputiamo fornisca molteplici spunti di riflessione seppur meno commentato rispetto ad altri, reca il titolo di Cata dorme.
Cata dorme
Il racconto principia con due giovanotti in cammino lungo una stradina di campagna. Hanno appena abbandonano la città in cui sono stati spediti dai genitori per proseguire gli studi, stanchi dell’austerità di quella vita. Sulla via del ritorno, col paese che comincia a profilarsi all’orizzonte, si appalesano pure i primi spettri. Come giustificare il loro rientro a chi gli chiederà conto? “Ma insomma, che cosa diremo a chi ci vede tornare ora?”
Di estrazione sociale contrapposta – uno figlio di contadini, l’altro erede di possidenti terrieri – i due sono accomunati dal desiderio di emanciparsi, un capriccio più che altro, ché la loro immaturità non si confà a certe aspirazioni.
Sospesi fra due mondi (“Eravamo di qua e di là, proprio come chi non vuole arrivare mai”), incarnando ora un sentimento oltremodo meridionalistico, nei cuori dei due ragazzi affiora presto la nostalgia – ma quella della foggia più arrendevole e sabotatrice.
Cominciano quindi a pesare pro e contro del prossimo ritorno a casa. Credendosi ora uomini fatti, ora intimoriti dalle possibili reazioni di chi li ha messi al mondo, i due protagonisti maschili della novella di Alvaro elaborano un progetto per le prossime ore, un disegno pro tempore, scarabocchiato su carta velina, giusto per procrastinare un destino che ambedue – pur senza confidarselo – avvertono sempre più ineluttabile. Concordano così per una sosta di riflessione lì nell’agro, a casa di Cata, l’amore dichiarato di ogni maschio del paese, oggetto delle fantasticherie di tutti:
“Te la ricordi la Cata? […] Chi non è stato innamorato della Cata? […] C’è chi ci è morto o è andato in carcere per lei”.
Architettato il piano, sperando nella collaborazione della bella Cata, i due giovanotti provano a ribaltare il destino, ma il fato si confermerà inesorabile e più grande di loro.
Intrufolatisi in casa di Cata, i due protagonisti del racconto scoprono la donna mezza nuda sul letto, che pare caduta in un sonno profondo, vinta da “uno di quei colpi di sonno dell’infanzia”. Cata non dorme, però; un rivolo di sangue le passa sotto il corpo bellissimo. È morta Cata. Cata, più precisamente, è stata uccisa.
Sarebbe il momento di allertare tutti, svegliare il paese, una di loro è stata ammazzata e un pericoloso assassino o assassina è in giro per le campagne, nascosto in qualche casolare.
I giovini però scappano, terrorizzati da quella scena di morte – e di vita vera, quella che ancora non hanno conosciuto. Non lanciano neppure l’allarme, egoisti, bambini riscopertisi pupi dopo essersi creduti pupari, annebbiati dalle loro minuscole brame di indipendenza, concentrati soltanto sui loro miseri interessi, a difendere i loro progetti solidi come castelli di sabbia.

Il destino dei piccoli uomini
Nelle pagine del racconto, nel rapido volgere della tragedia, Alvaro lascia emergere la irresolutezza e la pusillanimità dei piccoli uomini destinati alla insoddisfazione perenne, la viltà di due individui incompleti che non possono cambiare il corso della propria sorte perché privi della forza morale necessaria per variarlo.
Una civiltà che scompare
Lo sfondo è quello tipico di gran parte della produzione letteraria di Corrado Alvaro: un mondo primitivo, essenziale, incorruttibile, ma sono all’apparenza, ché, attraverso i suoi pezzi giornalistici e le opere letterarie, l’attento osservatore della realtà Alvaro fu capace di intercettare i primi scricchiolii di quella struttura sociale “inalterabile”, intuendo e riportando le lente ma profonde trasformazioni che andavano sviluppandosi. Mutamenti che se da una parte, incontrovertibilmente, migliorarono sotto svariati aspetti le condizioni di vita dei popoli del Sud, dall’altra comportarono una definitiva variazione genetica, per non dire, pasolinianamente, un “genocidio culturale”.
Cata come Melusina, come la pigiatrice d’uva, come Innocenza e, perché no, anche come Medea principessa della Colchide, al centro della pièce La lunga notte di Medea che Corrado Alvaro compose nel ’49, protagoniste tragiche, consacrate al dolore, alla devozione, al sangue, eroine umane e mitiche di una civiltà crepuscolare, che andava scomparendo, sacrificata sull’altare di un mondo che si apprestava a “cambiare i cavalli”; una civiltà per la quale, come scriveva lo scrittore di San Luca, non bisognava però sciuparsi in sterili gnaulii, bensì disporsi a trarne “il maggior numero di memorie” per fare sì che l’identità di un “mondo sommerso” e magister possa continuare a parlarci, a addottrinarci su chi siamo e chi saremo.
Gente in Aspromonte come L’uomo nel labirinto, L’amata alla finestra come L’uomo è forte, un’opera, quella di Alvaro, inattuale e perciò sempre attuale, una rosa di classici utili allora come oggi per leggere il tempo che fluisce.
Lucania ’61 (particolare) di Carlo Levi
Foto di Carlo Levi – Own work, MBM51 condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0
Antonio Pagliuso

