“Le radici e le ali. Ѐ dalla terra che si spicca il volo” e dell’insularità come ponte di connessione col mondo. La lectio di Paolo Fresu alla Galleria Nazionale di Cosenza per il Premio Sila 2026.
Si è svolta nel weekend tra il 5 e il 7 giugno la fase conclusiva della XIV edizione del Premio Sila. I vincitori di quest’anno sono stati Tommaso Greco con Critica della ragione bellica (Laterza), per la sezione saggistica, che da quest’anno è intitolata a Marta Petrusewicz, recentemente scomparsa, Matteo Nucci, per la sezione letteratura, col suo Platone. Una storia d’amore (Feltrinelli, finalista al Premio Strega) e Paolo Fresu a cui è stato assegnato il Premio alla Carriera.
Sabato 6 giugno nella sede silana della Fondazione è stata ricordata Marta Petrusewicz con un pomeriggio di studi a lei totalmente dedicato che ha visto intervenire gli storici Paolo Perri dell’Università della Valle d’Aosta, Leandra D’Antone dell’Università La Sapienza di Roma, Paul Corner dell’Università di Siena insieme a Magdalena Wrana, Direttrice della Stazione Scientifica dell’Accademia Polacca delle Scienze di Roma. Ѐ stato un momento particolarmente toccante in cui è emerso il ritratto di una studiosa capace di guardare alla storia non come una narrazione dettata dai vincitori ma appartenente all’umanità che vive e che soffre celata dietro gli eventi. Pur provenendo dalla Polonia, Marta Petrusewicz ha saputo comprendere profondamente la Calabria, con le sue luci e le sue ombre, e ha saputo fare della conoscenza un ponte tra popoli e culture diverse.
Altro momento particolarmente intenso di questa edizione del Premio Sila è stata la lectio magistralis che Paolo Fresu ha tenuto nella suggestiva cornice del cortile di Palazzo Arnone, sede della Galleria Nazionale di Cosenza. La lectio, intitolata Le radici e le ali. Ѐ dalla terra che si spicca il volo, deliberatamente non scritta perché un jazzista, come ha ricordato Fresu, è sempre “un improvvisatore” ha raccontato il percorso dell’artista dalla sua Sardegna alla fama internazionale.
Fresu si è fatto strada dal fondo del cortile di Palazzo Arnone, con la sua inseparabile tromba, eseguendo, man mano che avanzava verso la postazione preposta alla lectio, una nota lunga, lunghissima, effettuata attraverso la tecnica della “respirazione continua” che permette di prendere aria col naso e emetterla dalla bocca dando l’impressione di non prendere mai fiato. Questa nota interminabile, ha spiegato Fresu, è mutuata dalle launeddas sarde, uno degli strumenti più arcaici dell’area del Mediterraneo. Paolo Fresu ha incentrato il suo intervento su un concetto semplice ma potente: si può restare profondamente legati alle proprie radici e al contempo aprirsi al mondo, perché le radici non servono a tenerci fermi ma a farci volare. La lectio del grande musicista, lungi dall’essere una sterile conferenza retorica, è stata l’espressione viva del suo modo di stare al mondo e di concepire la vita e la musica, il racconto di cosa voglia dire restare fedeli a una terra (peraltro dotata di una forte matrice identitaria quale appunto è la Sardegna) e al tempo stesso attraversare il mondo fondendo insieme bellezza, impegno civile e rispetto delle diversità. Ѐ con fierezza che Fresu racconta le proprie radici, il rapporto profondo con la Sardegna, l’essere figlio di persone umili ma con saldi principi e a loro modo colte. Il padre, pastore e contadino, aveva l’abitudine di appuntare su pezzetti di carta tutte le parole desuete della lingua sarda per poi conservarle in buste di plastica, che Paolo in occasione di un Natale, fece stampare confezionando un libro artigianale come regalo per il genitore.
L’insularità per Fresu costituisce uno straordinario ponte di connessione col mondo. Questo è vero per la Sardegna ma vale per qualsiasi isola, reale o metaforica che sia, compresa la Calabria. Nelle sue parole c’è la consapevolezza di come i piccoli centri sappiano assurgere a modelli dal valore universale, di come la memoria e il viaggio possano coesistere e i luoghi d’origine offrire il modo di immaginare e costruire il futuro. Proprio come è accaduto nella sua Berchidda che da ormai trentanove anni ospita il Festival Time in Jazz, divenuto ritrovo di eccellenza per jazzisti provenienti da ogni parte del mondo.
Paolo Fresu ha poi rievocato la sua iniziazione alla musica. Il primo strumento fu un’armonica a bocca, suonata durante una festa di carnevale, all’età di quattro anni. Poi la prima esperienza con la banda di paese, sempre a Berchidda, a undici anni. La sua prima tromba, in realtà comprata dai genitori per il fratello più grande, che poi smise di suonarla, era uno strumento di quarta o quinta mano, conservata in alto, sulla libreria, per evitare che lui, ancora piccolo, potesse prenderla e romperla. Ma per Paolo il sogno più grande era proprio poter toccare quella tromba e ancora oggi, ogni volta che gli si chiede cosa sia per lui la musica, la risposta è immancabilmente la stessa: “è l’odore dell’olio dei pistoni della tromba”, quello che sentiva ogni volta che apriva la custodia di legno nero, foderata di velluto rosso, di quello strumento.
L’incontro col jazz fu una folgorazione dovuta alla presa di coscienza della bellezza insita nella condivisione musicale, o se vogliamo dirlo in termini jazzistici, dell’interplay. Fresu ha ricordato come la sua formazione jazz sia stata frutto di studi autodidattici e si sia forgiata sull’ascolto degli album di Chet Baker e Miles Davis. Arrivato a Roma e a Milano questa impronta da autodidatta lo rese immediatamente riconoscibile, conferendo alla sua musica un’originalità che altri non avevano e che divenne il suo marchio di fabbrica. La lectio si è conclusa, e non poteva essere diversamente, riprendendo in mano la tromba e salutando il numeroso e attento pubblico cosentino con una emozionante esecuzione di Bella ciao accolta da una standing ovation.
Antonella Falco

