In Via Malcontenti non succede niente. Via Malcontenti è il titolo del nuovo romanzo di Angelo Argondizzo e questa mia affermazione laconica non è una critica. In un’epoca in cui tutto succede, in cui tutto deve succedere, e sempre di più, ripetutamente, pena restare indietro, ritrovarsi esclusi, tagliati fuori dalla macchina produttrice di sviluppo; in un tempo in cui la narrativa e il cinema e i loro surrogati sono concentrati sul moltiplicare i colpi di scena, per tenere viva la suspense – il che, sia sugli schermi sia sui libri, è indice di un’idea di base dell’autore fondamentalmente debole –, un romanzo in cui non succede niente, ovverosia niente di forzato, artificioso, creato in provetta per il mero sollazzo del buon consumatore che non sopporterebbe una pagina o un minuto di vuoto, è un libro che merita attenzione.
Quello di Argondizzo è un libro di questi; un romanzo che si affranca da certe imposizioni squadriste della “cultura” o comunque dell’editoria contemporanea e che viene pubblicato non con l’obiettivo di essere letto da una massa omogenea o eterogenea di lettori e quindi di generare un profitto, ma con l’ambizione folle, antistorica, puramente culturale, di farsi scegliere, leggere e apprezzare.
Si chiama Francesco Uccello il protagonista e voce narrante di questo romanzo breve, poco più di novanta pagine uscite per l’editore Qed. Il giovane uomo – o vecchio ragazzo – è uno degli oltre due milioni di italiani che portano sul tronco, belli impettiti, la fascia di “neet”, ossia, da definizione, giovani che non lavorano, non studiano, non seguono corsi di formazione. Cioè a dire persone che non fanno un cazzo, preciserebbe l’autore, nel suo sarcasmo sufficientemente propenso al turpiloquio; individui a cui, insomma, a breve toccherà preoccuparsi di rintracciare un vicino ferramenta e procurarsi una corda robusta.
Per Francesco Uccello la vita è anche più dura. La madre è scomparsa per un brutto male, è totalmente a carico dell’odiato padre – un pragmatico medico con un conto in banca a sei zeri –, gli amici, come succede, sono sparpagliati qua e là, alcuni sono rientrati con la coda fra le gambe in paese proponendosi come patetici Odisseo che tornano a Itaca per cambiarla grazie all’esperienza maturata “fuori”.
“Riuscire a non avere nessuno è davvero un’impresa straordinaria. Non amici, non famiglia, neppure amanti, né forse vicini. Eppure noi ce l’abbiamo fatta!”
L’acme del dramma per Francesco Uccello, però, consiste nell’avere perso i capelli. Sì, essere divenuto calvo in breve tempo, alla soglia dei trent’anni, lo ha spogliato di ogni sicurezza, di tutta la baldanzosità che poteva avere fino a qualche anno prima quando, studente a Bologna, ribelle e pieno di amici e ragazze, viveva i suoi anni migliori nella frizzante città emiliana.
Con l’ottenimento della laurea in Filosofia e Fenomenologia dell’Esperienza – titolo che di più inutili è difficile trovarne –, quei tempi sono finiti e Uccello, neghittoso, incattivito e avviato alla misantropia, esce dalla sua stanzuccia di via Malcontenti – dal suo sottosuolo dostoevskiano – soltanto per guardare gli altri, e vedere riflesso in loro il suo fallimento.
“Ora sono un teschio che cammina in cerca di scampoli di vita degli altri. Un rabdomante di emozioni diverse dalle sue: questo sono diventato per via della calvizie.”
Nel ragazzo si concentra la disfatta di una intera generazione. L’evento più entusiasmante del suo presente è quando riceve dal padre – deluso di non vederlo dottore, fedele alla sua rispettabile genia – i soldi per pagarsi l’affitto della sua tana, le bollette e la spesa per restare ancora in vita e continuare a farsi umiliare, ogni mese, puntualmente, dal genitore.
“Ormai sono l’accertato fallimento di un’azienda quasi perfetta, la rotella rotta di un meccanismo che continua a girare senza ostacoli, nonostante me. Volevo essere d’intralcio, in realtà non sono più un disturbo per nessuno. Non guadagno dunque non sono. È questa la logica.”
Una vita miserevole, senza prospettive, in cui non accade niente di rilevante. Se succede qualcosa succede tutto all’interno del protagonista, nella sua testa, ed è proprio là che un giorno appare qualcuno. È il diavolo.
Come in un romanzo di Bulgakov, il diavolo irrompe in scena per disvelare la corruzione morale degli esseri umani e indurli a ravvedersi, ma quello di Via Malcontenti è un demonio fragile, dannatamente impaurito che il suo ruolo di signore del Male possa essere messo in discussione dagli uomini, oramai completamente disinteressati alla ricerca del Bene, devoti a un nuovo dio, il denaro, e pienamente in grado di costruirsi in autonomia il proprio godimento – quegli sprazzi di piacere che rendono la vita divertente, i vizi un tempo confezionati e proposti da Satana.
Questo è l’evento detonante che, nello sfacelo dell’esistenza di Francesco Uccello, porterà il protagonista, l’eretico, l’imperfetto, l’inutile, il vinto, a riscoprire uno dei valori primari della vita, che la competitiva società contemporanea e l’ansia di essere e la depressione che fanno da sottofondo alle nostre giornate tentano di dequalificare: l’amicizia.
Leggi anche la recensione di Tarassaco, il primo romanzo di Angelo Argondizzo
Quell’amicizia vera, genuina, che non necessita della presenza costante, che resiste alle incomprensioni, ai lunghi distacchi, all’assenza. L’amicizia, nella sua semplicità che domina il caos, è il topos di fondo del romanzo di Angelo Argondizzo. Via Malcontenti si rivela così una storia di formazione in cui forse non succederà niente di eclatante, ma che fa riflettere su ciò che di realmente essenziale accompagna e libera le nostre vite. Su quello che resta quando il ciclone passa.
Antonio Pagliuso

