“Cuore di cane” di Michail Bulgakov

Appariva nel 1925 Cuore di cane, uno dei romanzi più conosciuti di Michail Bulgakov. A lungo vietato in URSS per la sua feroce satira nei confronti del governo sovietico e verso la nuova classe media emersa con la Rivoluzione, il libro fu pubblicato in patria soltanto nel 1987.

Non può che definirsi tormentata la vita artistica di Michail Afanas’evic Bulgakov, dispiegatasi fra il terremoto della Rivoluzione d’ottobre e le prime infuocate fasi della Seconda guerra mondiale.

Bulgakov era nato a Kiev nel 1891 ma è da ritenersi uno scrittore di lingua russa, ché l’autore del celebre Il Maestro e Margherita, pur legato alla sua terra natia, utilizzava di rado la lingua ucraina e il suo alfabeto. Dopo gli studi in Medicina all’Università di Kiev, Michail Bulgakov aveva svolto la professione di medico, prima nella Russia occidentale e poi nella Ciscaucasia, ma all’alba del 1925 aveva già abbandonato da tempo il camice bianco per intraprendere la carriera dello scrittore.

Bulgakov nel 1925

In quell’anno Bulgakov era di stanza a Mosca, nuova capitale dell’Unione Sovietica intenzionata a tagliare ogni legame col passato zarista e a dimenticare il fiume di sangue sgorgato nella guerra fratricida susseguente la Rivoluzione bolscevica.

Fresco di secondo matrimonio con Ljubov’ Belozerskaja – la seconda delle tre mogli avute dallo scrittore –, Bulgakov provava a sbarcare il lunario fra espedienti e saltuarie collaborazioni con giornali e riviste, distante da quei circoli letterari che non lo vedevano di buon occhio per le idee, divergenti dalla consuetudine borghese, che sversava nelle sue opere. Continue peripezie segnavano le giornate di Michail Bulgakov, avversità di cui certamente non erano esenti i suoi tentativi di ottenere la pubblicazione dei suoi romanzi e racconti, troppo geniali per la grigia, allineata e impaurita critica letteraria sovietica.

In quei primi mesi del 1925 che si chiuderà con il misterioso suicidio di Sergej Esenin, massimo esponente della poesia russa del Novecento – “Potreste almeno capire / che vostro figlio in Russia / è il migliore poeta!” riporta un verso della conosciuta sua Confessioni di un teppista –, netto presagio del clima di terrore, anche per i letterati, che si sarebbe intensificato nei successivi vent’anni, Bulgakov era alle prese con la stesura di due racconti che celavano dietro la maschera della letteratura fantascientifica una tagliente satira verso la società sovietica: Uova fatali e Cuore di cane.

Erano anni di profonde difficoltà finanziarie, ma lo scrittore russo non intravvedeva ancora i fantasmi del ferreo ostracismo del regime di Stalin verso sé e la sua produzione letteraria. Un esilio artistico che nel 1930 porterà Bulgakov a pensare di abbandonare il Paese, tanto da rivolgere una richiesta di espatrio allo stesso Piccolo Padre che un giorno gli telefonerà direttamente a casa per dissuaderlo dal proposito e offrigli un posto al MChAT, il Teatro d’arte della Capitale.

Un personaggio come Bulgakov, già dal ’24 in cima alla lista degli intellettuali da monitorare della GPU, la polizia segreta, sempre in bilico fra la patente di buon cittadino e quella di nemico del popolo, bisognava tenerlo sotto controllo da vicino.

Michail Bulgakov Il Maestro e Margherita
Michail Bulgakov (Foto di Shentalinsky V. di dominio pubblico via Wikipedia)

La censura sovietica blocca Cuore di cane

La scoperta di Bulgakov scrittore si ha in Unione Sovietica soltanto dopo la sua morte, avvenuta prematuramente nel 1940. Di fatti, tanti suoi lavori, come il capolavoro assoluto Il Maestro e Margherita, furono bloccati dalla censura sovietica, circolando nel Paese solamente sotto forma di samizdat, ovverosia la autoproduzione (il termine russo samizdat si può tradurre con “pubblicare da sé”) a macchina, tramite copie di carta carbone, per favorire la diffusione clandestina di scritti proibiti. Una pratica esplosa in Russia, così come in altre nazioni del blocco orientale, dalla seconda metà degli anni cinquanta.

La disgraziata sorte toccò anche a Cuore di cane, vietato in URSS per più di sessant’anni, uscito in prima edizione sul periodico moscovita Znamja soltanto nel 1987, quasi mezzo secolo dopo la scomparsa del suo autore.

Scritto in pochi mesi congiuntamente a Uova fatali, fra la fine del 1924 e l’inizio del 1925 e destinato alle pagine della rivista Nedra, il romanzo breve esprimeva un contenuto ritenuto “antirivoluzionario”, difetto che era già stato carpito dalle autorità sovietiche in due letture pubbliche, realizzate per presentare in anteprima il testo, che l’autore aveva effettuato il 7 e 21 marzo del ’25.

“Si tratta di un mordace pamphlet sui nostri tempi e non va assolutamente pubblicato.” Questo il responso del membro del Politburo, Lev Borisovič Kamenev, riportato nella postfazione di Giovanna Spendel in chiusura dell’edizione Mondadori di Cuore di cane del 2016, uscita con la traduzione di Nadia Cigognini.

In anticipo sull’edizione russa, il romanzo approdò in Europa sul finire degli anni sessanta, uscendo in Italia nel 1967 grazie alla traduzione di Maria Olsoufieva per i tipi di De Donato, editore pugliese; un’edizione che presentava purtroppo diversi errori e distorsioni, di fatto corretti soltanto dopo la pubblicazione del testo originale in Unione Sovietica.

I 100 anni del romanzo Cuore di cane

Cuore di cane rappresenta una aspra critica delle intenzioni, poi disattese, del bolscevismo, propenso, nel furore della lotta, a rifare, in tutta la Russia, “l’uomo dalle budella”, riprendendo una frase icastica dello scrittore anticonformista Viktor Šklovskij.

Nelle prime pagine dell’opera si fa subito conoscenza dei due protagonisti principali del romanzo nato un secolo fa dall’irriverente penna di Michail Bulgakov: uno di questi è Filipp Filippovič Preobraženskij, uno scienziato borghese della Russia postrivoluzionaria, gravido di sarcasmo verso le idee del nuovo corso lanciato da Stalin, dal ’22 Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione. Specializzato in eugenetica, il medico ricorda più una sorta di prestidigitatore, uno stregone più che uno scienziato, avvezzo a speculare sulle fragilità altrui, perfezionatosi in rimedi per preservare la giovinezza, urgenza della alta società moscovita degli anni venti.

Una sera Preobraženskij si imbatte per strada in un bastardino malconcio. Lo accoglie in casa, lo nutre e gli cura pure una brutta ustione sul fianco. Non è un comportamento che tradisce una spiccata sensibilità animalista di Preobraženskij; il fine dello scienziato è infatti ben altro: rimettere in forze il cane per tentare su di lui un intervento chirurgico a dir poco spericolato che ha in mente da tempo.

Il folle intervento chirurgico

Solito operare uomini utilizzando organi di animali, il professor Preobraženskij trapianta nel corpicino del cagnolino, battezzato prima del criminale intervento Pallino, le ghiandole seminali e l’ipofisi di un uomo. Lo scopo dell’operazione è verificare l’attecchimento dell’ipofisi e se questa produce nell’organismo il ringiovanimento tanto desiderato dalla sua clientela.

Preobraženskij – il cui cognome potrebbe essere un omaggio a Evgenij Alekseevič Preobraženskij, rivoluzionario perseguitato prima dallo zarismo e poi da Stalin che ne ordinò la fucilazione nel ’37, e richiama un lemma russo, преображение (traslitterato in preobrazheniye), traducibile con “trasformazione” e “trasfigurazione” – è assistito da un giovane aiutante, Ivan Bormental’. Questi appunta nel suo taccuino la cronaca dell’operazione che, contro il pronostico dello stesso dissennato scienziato, non porta al decesso dell’animale.

Attraverso gli appunti dell’assistente, si partecipa in maniera diretta al rischioso intervento chirurgico e alla graduale trasformazione di cui è protagonista il povero Pallino – Šarik (Шарик) è il nome del cane nel testo originale, parola che in russo significa, appunto, “palla”.

La metamorfosi di Pallino

Passano i giorni e Pallino, costretto fino a qualche sera prima a frugare nei rifiuti in cerca di un osso da leccare, muta prima in un cane domestico, un principe-cane, un barin a quattro zampe; dopodiché comincia ad assumere un aspetto sempre più grottesco, fino a trasformarsi in un orrendo umanoide che presto comincerà a parlare e a intestarsi un nuovo nome: Poligraf Poligrafovič Pallinov (Šarikov nel testo originale).

“Nella tarda serata è stata formulata la diagnosi. Filipp Filippovič, da vero scienziato, ha riconosciuto il suo errore: la sostituzione dell’ipofisi non ha come effetto il ringiovanimento, ma una completa umanizzazione.”

La critica contro la nuova borghesia sovietica

Come sua peculiarità, in Cuore di cane Bulgakov sfrutta un animale per appalesare e stigmatizzare i difetti umani e le contraddizioni della società e della politica – nelle Uova fatali ci sono i rettili, nel Maestro e Margherita il gattone Behemoth – e il già bastardino Pallino, appena carezzato il nuovo imprevedibile benessere, si omologa subito ai costumi del novello viver “civile”, imborghesendosi, ripudiando all’istante il passato “bestiale” per divenire un essere umano con tutte le imperfezioni tipiche della nuova forma conquistata.

“‘No, inutile illudersi, non te ne andresti mai di qui, a prezzo di nessuna libertà,’ si angustiava il cane, soffiando col naso ‘ormai ci sei abituato. Io sono un cane signorile, un intellettuale, ho intravisto un’esistenza migliore. E poi che cos’è la libertà? Nient’altro che fumo, un miraggio, una finzione… Un delirio di quegli sventurati democratici…’”.

Preobraženskij e Bormental’ devono così constatare che la loro creatura è un mostruoso essere amorale, arrivista, incline alla corruzione, come se ne incontrano tanti per le strade di Mosca; un perfetto šarikovista, sostantivo che nella lingua russa di oggi – e questo è indice del grande successo ottenuto negli anni dal romanzo – indica proprio un individuo in possesso delle più infime qualità umane.

Un Paese spaesato

La pungente satira bulgakoviana si scaglia contro i classici tipi umani dell’Unione Sovietica. È la nuova società borghese generata dalla rivoluzione bolscevica – dal primo governo proletario del mondo – a essere al centro della critica che emerge dal romanzo. Una società individualista, carrierista, dissoluta, degenere, attratta dalle sirene del capitalismo occidentale, corrotta e piegata dalla stritolante burocrazia, fonte di un nuovo terrore, “il terrore della penna e del calamaio”, per citare Joseph Roth nel suo Viaggio in Russia.

Cuore di cane è anche il ritratto di un Paese che ha perso i suoi punti di riferimento, alla ricerca di una nuova identità seppur con il timore di accelerare troppo il passo, un Paese che aveva dissipato le sue menti migliori, la sua generazione di intellettuali e scienziati – a un certo punto del racconto Pallinov, dinanzi all’ennesimo tentativo del professore di impartirgli una educazione umana, sostiene di non essere mica un signore, ché “i signori sono tutti a Parigi”; un chiaro riferimento alla diaspora delle eminenze grigie russe nella capitale francese, centro principale dell’emigrazione partita per non essere colpiti dalla scure del regime comunista.

Statue del professor Preobraženskij e di Pallinov a Charkiv, Ucraina (foto di Glavkom_NN. propria foto condivisa via Wikipedia con licenza CC BY 3.0)

La scienza che si rivolta contro l’uomo

“Pensate, invece, che il dato più orribile è che non ha più un cuore di cane, bensì uno proprio umano. E il più infame tra quanti ne esistano in natura.”

Gli effetti collaterali dell’esperimento sembrano travolgere gli stessi autori, fin quando Natura non batte alla porta, ché noi esseri viventi non possiamo sfuggire alla nostra vera essenza e a prevalere, fra le due nature, animale e umana – quale fra le due è la più bestiale? –, che si scontrano in Pallino/Pallinov, sarà lo spirito canino, quello originario, quello naturale.

È il momento della presa di coscienza per Preobraženskij che, da uomo di scienze, si rende conto del suo azzardo, dei limiti della materia, dell’impossibilità di manomettere ciò che Natura ha creato.

Un capolavoro senza tempo

Un aspetto su cui riflettere anche oggi, in tempi di dibattito sul corretto utilizzo dell’intelligenza artificiale, maneggiata dal popolo come fosse un giocattolo ma che, limpidamente, in sé contiene tutte le armi utili all’annientamento totale del genere umano. Un aspetto che conferma quanto la grande letteratura – classe elitaria cui appartiene a pieno titolo Cuore di cane di Michail Bulgakov – non abbia limiti temporali e continua e continuerà a parlarci, per generazioni e generazioni.

Antonio Pagliuso

 

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