Non solo racconti, ma microromanzi che narrano cinque storie di donne e di amore, certo. Tuttavia, anche di solitudine e dolore. Sullo sfondo l’Islanda. È Reykjavík, amore di Guðrún Eva Mínervudóttir, edito Iperborea e tradotto da Silvia Cosimini.
Parlare di Reykjavík, amore risulta difficile, c’è da ammetterlo. Giacché le parole che contiene sono dense, e ci è voluto più di qualche giorno dopo la lettura dell’ultima pagina per sbrogliare la serie di pensieri e riflessioni che si erano affollate nella mente.
Un libro può far tanto?
Non tutti (sarebbe presuntuoso e poco verosimile), ma il romanzo di Mínervudóttir sì.
I cinque racconti – sebbene abbiamo una loro autonomia e possano essere letti slegati e financo nell’ordine che più vi compiace – sono strettamente legati l’uno all’altro come se non potessero sopravvivere separati. Del resto, in due distinti racconti troviamo uno stesso personaggio, il missionario Austin, dal Texas. Austin, non come pensano gli islandesi: Ástin, amore. Appunto.
Un legame profondo, un filo sottile, che lega i cinque microromanzi come le loro cinque protagoniste: Guđríđur, Hildigunnur, Jóhanna, Sara, Magga. Pilastro dell’intero libro è l’amore: su questo sentimento, scevro da sentimentalismi e abbondanza di miele, si basa la narrazione di queste storie vissute in una Islanda che va al di là della terra ritratta nelle foto che ammiriamo sui social o stampate sulle cartoline (per quelli che ancora le apprezzano).
Da bambina e da adolescente, quando ogni anno l’arrivo dei soffioni mi coglieva di sorpresa, provavo un dolore sproporzionato. Un’estate appena iniziata non dovrebbe già mostrare i segni della fine. Stefán sostiene che un inizio non sia altro che una fine che sta maturando. Il che ovviamente è vero. Ma a volte penso che il finale potrebbe anche restare sospeso un po’ più a lungo.
Oltre le casette colorate della capitale islandese, le sue piazze, i ghiacciai lontani e il mare. In una fabbrica, in casa, in un negozio, le sue protagoniste, prese e talvolta perse nella routine giornaliera fatta di lavoro e famiglia, ci fanno capire cosa voglia dire l’amore in tutte le sue sfumature. Persino le più tormentate.
Non ci risparmia nulla la scrittrice islandese quando ci dona – ché di questo si tratta – una narrazione pura, lineare e pienamente schietta, del rapporto tra gli esseri umani. Quello tra madre e figlia, tra amanti, sposi e amici.
Le relazioni d’amore sono come dei falò. È bello scaldarsi intorno al fuoco, ma ogni tanto uno dei due innamorati, se non entrambi, deve avventurarsi nel buio a prendere la legna per tenerlo vivo. Stavo andando a prendere la legna?
In Reykjavík, amore Guðrún Eva Mínervudóttir non manca di raccontare, per esempio, di Jóhanna, innamorata di Jónas ma attratta dallo zio della migliore amica, un amore tanto intenso da mettere in dubbio la sua vita, quasi svuotandola di ogni certezza e che, nel suo terminare, porterà sofferenza ma anche ricordo.
Poi c’è Sara, vittima di violenze da parte di uomini che certo non provavano amore per lei che finisce con il pensare di avere il terribile “dono” di attrarre solo persone sbagliate, ma che, sopravvissuta alla violenza, trova conforto nelle braccia di una donna.
Magga, disillusa e rassegnata alla morte per una malattia terminale che, anche grazie a un nuovo ultimo amore, inizia ad apprezzare il tempo che le resta; un ultimo racconto che è insieme crudo e spietato nella sua realtà e a tratti piacevolmente ironico.
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L’amore, dunque. Sempre lui, potente e disarmante. Non un sentimento che ci domina però, quanto da vivere nella sua pienezza.

