Ligabue a Bologna: a Palazzo Albergati e Palazzo Pallavicini due mostre dedicate al grande artista del ’900

“Non può non sorprendere, non sgomentare, e non convincere, con lo spettacolo sbalorditivo di questa sua tenebrosa violenza e magica perizia di pittore.”

Con queste parole, nel 1961, Giancarlo Vigorelli presentava il catalogo dedicato alla mostra di Antonio Ligabue alla galleria La Barcaccia di Roma. Una personale – la prima importante del pittore nato a Zurigo nel 1899 – che fece esplodere il “caso Ligabue”, elevando l’artista alla dignità di maestro fra i più iconici delle arti del Novecento italiano.

Oggi Bologna è il tempio dell’arte di Antonio Ligabue. Il capoluogo emiliano ospita non una, ma due mostre incentrate sull’artista espressionista, fra i più amati del secolo scorso, con un totale di circa 200 opere in esposizione, tutte provenienti da diverse collezioni private, grossomodo equamente divise fra i palazzi che le custodiscono: Palazzo Pallavicini e Palazzo Albergati.

Antonio Ligabue mostre a Bologna

Le mostre di Antonio Ligabue a Bologna

Allestite quasi contemporaneamente negli spazi dei due istituti culturali bolognesi – pur estranee fra loro, visitabili agevolmente nella stessa giornata e arricchenti l’una per l’altra –, le due mostre riportano tutta la grandezza dell’artista a cui sovente è accostato l’aggettivo “naïf”, appiccicatogli già al tempo della primissima notorietà, proprio per l’assoluto distacco del linguaggio artistico di Ligabue dalle correnti e dalla società del tempo in cui la sua produzione si sviluppò.

Partiamo dagli estremi delle due organizzazioni, in rigido ordine alfabetico.

La mostra di Ligabue di Palazzo Albergati, visitabile fino al 30 marzo 2025, è prodotta dalla società Arthemisia, in collaborazione con Comune di Gualtieri e Fondazione Museo Antonio Ligabue, e a cura di Francesco Negri e Francesca Villanti. Con questa manifestazione Arthemisia stringe ulteriormente il suo rapporto con Antonio Ligabue, un legame nato nel 2017 con l’esibizione allestita al Complesso del Vittoriano di Roma e seguita da quelle organizzate a Conversano e Trieste, occasioni che hanno tutte riscosso un grandissimo successo di pubblico e di critica.

La mostra di Ligabue ospitata a Palazzo Pallavicini è invece organizzata da Pallavicini srl con la curatela di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci e la direzione artistica e curatela di WeAreBeside. Palazzo Pallavicini accoglie gli estimatori e curiosi di Ligabue fino al prossimo 28 febbraio.

Le due mostre artistiche sono costituite da collezioni di oli su tela, oli su tavola di faesite, sculture in bronzo e terracotta, litografie e disegni, e affiancano all’esposizione materiale la narrazione della vita turbolenta di Antonio Ligabue, che vide l’alba in Svizzera, ma che fu vissuta per gran parte in Emilia, a Gualtieri, dove l’eccentrico artista si è spento nel 1965.

Una vita assai complicata e segnata da drammi, come la morte tragica, nel 1913, della madre naturale e dei fratelli, e da una stabilità psichica tutt’altro che cheta. Ligabue, com’è noto, fu ricoverato in ospedali psichiatrici in più circostanze. Già nel 1917, da ragazzo, a Pfäfers, per condotta violenta nei riguardi della madre affidataria; sarebbero seguiti i continui ricoveri in Italia, dalla seconda metà degli anni trenta e per tutti i quaranta, a causa di ripetute crisi depressive e azioni aggressive contro sé e gli altri.

Il rapporto fra Ligabue e gli animali

Nella nutrita produzione artistica di Ligabue – sono più di mille i lavori ultimati in vita – un ruolo preponderante ricoprono gli autoritratti e i dipinti di animali. Come i combattimenti fra galli e le iconiche tigri; queste ultime molto rappresentate a Palazzo Pallavicini con ben sette esemplari.

Ligabue a Bologna: a Palazzo Albergati e Palazzo Pallavicini due mostre dedicate al grande artista del ’900
Testa di tigre (1955) (foto Antonio Pagliuso)

Per Ligabue gli animali simboleggiavano più di un soggetto da sviluppare attraverso la sua fantasia e la sua arte. L’artista nato a Zurigo amava gli animali, li aveva visti spesso da bambino, in Svizzera, presso i circhi, gli zoo e i musei di storia naturale in cui lo accompagnava la famiglia affidataria. Una passione che restò accesa per tutta la sua esistenza, tanto che con gli animali – che fossero uccelli, insetti, mammiferi di ridotta o grossa stazza –, Ligabue allacciava un vincolo intimo, tentando financo di conversare con essi nella loro, inintelligibile per gli esseri umani, lingua.

Parlare da solo era una delle bizzarre peculiarità di Toni al mat – così chiamavano Ligabue a Gualtieri, per via della sua vivacità mentale. Come afferma il critico Sergio Negri, una vita dedicata all’arte, in specie di Antonio Ligabue del quale è divenuto accanito promotore e autenticatore delle opere – Ligabue è infatti uno dei pittori più imitati che ci siano –, con gli animali “teneva veri e proprio dialoghi ad alta voce, arrabbiandosi e cambiando tono di voce”.

Come gli animali, anche i paesaggi contadini sono ricorrenti nell’opera del grande maestro. Il mondo agreste era fonte di nostalgia per Ligabue che, da artista squattrinato, dipendente anche dagli aiuti dell’amministrazione locale e dei compaesani, trascorreva molto tempo nei campi della Bassa Padana e lungo l’argine del Po, e per lavorare e per perdersi nei suoi pensieri.

Svariate, sia nella mostra di Palazzo Albergati, sia in quella di Palazzo Pallavicini, sono le tele che riprendono questo soggetto.

Le moto di Ligabue

Ambedue le antologiche, inoltre, sono aperte da uno degli elementi distintivi della vita di Antonio Ligabue: le motociclette. A Palazzo Pallavicini si trova la Guzzi Falcone 250 color rosso, regalo di suoi committenti, la famiglia Gnutti di Brescia; a Palazzo Albergati la Guzzi Sport 14 rossa del 1930.

A bordo delle motociclette – ne possedé dodici – l’artista sfrecciava per tutta la Bassa, spesso coi quadri a tracolla o legati con lo spago sulla schiena – per questa ragione molti dei suoi dipinti presentano due buchetti agli angoli –, portati su e giù in cerca di un acquirente. Nei momenti di più dure ristrettezze economiche, Ligabue si trovava a barattare i suoi lavori per un posto in cui passare la notte, per un piatto di minestra o per pagare il carburante della Guzzi.

Guzzi Sport 14 (foto Antonio Pagliuso)

Gli autoritratti di Antonio Ligabue a Bologna

Sezione centrale di entrambe le mostre di Bologna dedicate a Ligabue, quella degli autoritratti.

Dei celebri autoritratti di tre quarti al Pallavicini se ne trovano dieci dipinti – realizzati fra il 1941 e il 1961 – più uno scolpito nel bronzo. Nella collezione di Palazzo Albergati addirittura tredici. Autoritratti in cui ricorrenti sono le comparse di piccoli animali volanti: mosche, libellule, uccelli.

In totale Antonio Ligabue completò più di centoventi autoritratti, una tendenza che nasceva dalla necessità di affermare la sua esistenza, farsi “vedere” come uomo e non come Toni al mat, l’artista squilibrato che entrava e usciva dalle cliniche.

Autoritratto con sciarpa rossa (1952-1962) (foto Antonio Pagliuso)

Da segnalare, esposto nelle sale di Palazzo Albergati, un eccezionale album di disegni risalente agli anni ’61-’62 che Ligabue donò al signor Aprici. L’album raccoglie un autoritratto e diciannove schizzi a matita di animali con le immagini di riferimento che hanno ispirato la rappresentazione.

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Una retrospettiva globale

Antologiche su uno dei pittori di culto del Ventesimo secolo, le due esposizioni raccontano l’artista senza perdere di vista l’uomo, valorizzandone l’originale talento artistico e tentando di offrire un punto di vista oggettivo sulla sua personalità sui generis.

Autoritratto con moscone (1960, esposto a Palazzo Pallavicini) e Autoritratto con berretto da motociclista (1954-1955, esposto a Palazzo Albergati)

Antonio Pagliuso

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