Intervista a Claudio Aorta, autore di “Il tempo del girasole”.

“Il 1799 è stato per Napoli come il 1789 in Francia: uno spartiacque netto. Un tempo di sogni e di paura, di entusiasmo e di terrore.” Antonella Fullone intervista a Claudio Aorta, autore di Il tempo del girasole.

Sono particolarmente emozionata e fortunata di poter rivolgere le mie domande allo scrittore di un libro di che mi ha affascinato, incantato e che, come ho avuto modo di scrivere in varie recensioni, mi ha spinto a riflettere su vari temi.

Ricordiamo ai lettori che Claudio Aorta è l’autore de Il tempo del girasole, pubblicato da Thera,  Balzano Editore. Il tempo del girasole è la storia di Elena, una giovane scienziata farmaceutica napoletana, che per una distorsione spazio-temporale, mentre dipinge nei pressi di un magico girasole, si trova catapultata dal 2023 al 1799, l’anno della Rivoluzione Partenopea. Nel 1799 Elena conosce una Napoli diversa dalla “sua”, vive insieme a personaggi reali e immaginari il “breve sogno napoletano”, conosce Carlo e mette in discussione la sua vita.

Vorrei, a questo punto, approfondire la genesi del romanzo discutendone direttamente con l’autore.

Qual è stata l’ispirazione principale per il tuo romanzo e come hai sviluppato l’idea iniziale?

«L’ispirazione è nata dal fascino profondo che provo per il sogno repubblicano di libertà incarnato dalla Napoli del 1799, un’epoca in cui l’ideale di uguaglianza e cambiamento si diffuse con forza, pur nella sua breve durata. A questo si è aggiunta l’attrazione narrativa per i viaggi nel tempo: l’idea di mettere a confronto due epoche così distanti, eppure così speculari nei loro desideri esistenziali, mi ha catturato. Ho voluto esplorare come la storia possa dialogare con il presente attraverso le scelte, i dubbi e le passioni dei personaggi.»

 

Il tempo del girasole si svolge a cavallo tra due secoli, il nostro e il XVIII secolo. Buona parte del romanzo è ambientata nel 1799, l’anno della Rivoluzione Partenopea. Un periodo forse poco conosciuto, ma ricco di fascino e ideali. Ce lo descrivi brevemente con lo stile che contraddistingue le tue opere?

«Il 1799 è stato per Napoli un po’ ciò che il 1789 è stato per la Francia: uno spartiacque netto. Un tempo di sogni e di paura, di entusiasmo e di terrore. Nulla era stabile, nulla era garantito. Si viveva con la sensazione che tutto potesse cambiare da un giorno all’altro, nel bene e nel male. È un periodo pieno di contraddizioni: accanto a idee lucidissime su diritti, istruzione, giustizia sociale, convivono illusioni, eccessi, ingenuità. Ma non si tratta di confusione sterile. Al contrario, nel 1799 c’è una forte consapevolezza storica: molti sanno di stare vivendo un momento decisivo e sentono il peso della responsabilità verso il futuro. Anche quando si sbaglia, lo si fa tentando di immaginare una società più avanzata, più equa, più moderna. È questo che mi interessa raccontare: un’epoca che non è solo ideale o solo violenta, ma profondamente umana. Un tempo in cui si cade, ci si espone, si rischia tutto pur di provare a cambiare davvero le cose.»

 

La Repubblica Partenopea ha avuto un ruolo di rilievo anche nella nostra regione, la Calabria, cosa ci dici a tal proposito?

«La Calabria non è stata estranea al sogno repubblicano napoletano. In molte sue città e comunità gli ideali del 1799 furono accolti, discussi e sostenuti con convinzione. Il pensiero e la parola di intellettuali come Eleonora Pimentel Fonseca e Domenico Cirillo, personaggi che compaiono nel mio romanzo, arrivarono oltre Napoli, influenzando un dibattito che coinvolse anche la Calabria più colta e sensibile al cambiamento. In questo senso, la Repubblica Partenopea non fu solo un’esperienza napoletana, ma un progetto condiviso, che trovò nella Calabria una terra capace di accoglierne lo spirito e di farlo proprio.»

Recensioni: “Il tempo del girasole” di Claudio Aorta

Parliamo del tuo worldbuilding. Quali elementi storici hai deciso di mantenere fedelmente e dove invece hai lasciato la tua fantasia libera di dar vita a personaggi così avvincenti?

«Nel romanzo ho voluto restare fedele alla ricostruzione di luoghi, eventi e atmosfere storiche: strade, piazze, modi di pensare, la tensione politica del 1799 sono costruiti su fonti reali e su un contesto veritiero. Allo stesso tempo, personaggi come Elena e Carlo e luoghi come l’orfanotrofio “Angeli della Carità” sono immaginari: servono a esplorare le possibilità narrative e interiori dei protagonisti. Anche i pensieri, i dialoghi e le relazioni intime dei personaggi storici come Pimentel Fonseca o Cirillo sono interpretazioni personali, basate su ciò che quegli uomini e quelle idee rappresentano per me, più che su documenti specifici. Questo equilibrio tra fedeltà al contesto e libertà creativa mi ha consentito un’immersione nella storia con una prospettiva anche personale.»

 

Mi ha molto colpito lo spazio che nel tuo libro dai alle donne e alla loro emancipazione. Anche nel 1799 le tue protagoniste hanno voglia di affermarsi in vari campi, e ci riescono. Perché? E soprattutto, pensi che nel 1799, se le tue protagoniste non fossero state circondate da uomini riformisti e liberi pensatori, avrebbero raggiunto i loro obiettivi?

«Ho voluto che le donne del romanzo potessero affermarsi non tanto per concessione, quanto per forza interiore e necessità di intervento nel loro tempo. Il 1799, pur dominato da uomini e da strutture sociali rigide, era un periodo fertile di idee e trasformazioni: questo ha permesso a chi aveva coraggio e intelligenza di emergere. È vero che alcuni uomini erano riformisti e aperti, ma non tutti. La resistenza al cambiamento, l’egoismo delle istituzioni e l’ostilità verso chi sfidava il consueto sono elementi che ho voluto rappresentare chiaramente anche per mostrare che la presa di coscienza femminile non dipende unicamente dall’ambiente, ma anche dalla volontà individuale di non rassegnarsi a ruoli predeterminati.»

 

Nei dialoghi ho trovato una firma stilistica unica, sembrano scritti con un ritmo cinematografico che li rende vivi e dinamici. Come sei arrivato a questo stile di scrittura così visivo?

«I dialoghi sono pensati come sequenze visive, quasi come se fossero parte di un copione teatrale o cinematografico. Volevo che la parola non fosse un puro scambio di informazioni, ma un colpo narrativo: ritmo, pause, contrasti. Questo stile rende la scena più immediata e meno appesantita da spiegazioni superflue, permettendo al lettore di vedere e sentire la conversazione prima ancora di leggerla.»

 

Ritorniamo alla Rivoluzione. Leggendo il libro si comprende che la Rivoluzione non è solo quella Partenopea, ma ogni personaggio “vive” la propria rivoluzione interiore. Cos’è per Claudio Aorta la rivoluzione?

«Per me la rivoluzione è il processo quotidiano di trasformazione di sé, un continuo rinascere e risorgere. È la capacità di riconoscere che cambiare non è una minaccia, ma un’opportunità: accettare di mettere in discussione abitudini, schemi mentali, paure, pregiudizi. Il tutto per rendere possibile una vita più autentica e significativa. Cambiare per migliorare sempre.»

 

Un tema a te caro è la Fede. Ne Il tempo del girasole qual è il rapporto tra fede e Rivoluzione?

«La Fede, nel mio libro, non è un dogma che risolve problemi in modo automatico. È piuttosto una sorgente di ispirazione, una forza che dà equilibrio e orientamento in momenti di crisi o di scelta. Aiuta i personaggi non perché elimina difficoltà, ma perché offre una bussola interiore attraverso la quale affrontarle, ponderarle e superarle. La Fede aiuta a fare la rivoluzione interiore, quella che ha fatto Elena.»

 

A quale personaggio sei più legato? Perché?

«È difficile sceglierne uno, perché ciascuno mi ha accompagnato in una diversa sfaccettatura umana e narrativa. In ogni caso, da sempre mi ha colpito Eleonora Pimentel Fonseca, una figura storica complessa, piena di contraddizioni e ideali, che incarna in modo intenso lo scontro tra visione individuale e condizioni storiche. La sua ambizione, l’energia e la fragilità umana ne fanno un personaggio che porta con sé molte delle domande che mi pongo come autore.»

 

Per concludere… se potessi far diventare il tuo romanzo una pellicola cinematografica, chi sarebbe il regista? E quali attori sceglieresti per i personaggi più importanti?

«Direi Paolo Sorrentino: il suo magnifico sguardo poetico, capace di coniugare profondità emotiva e immagine potente, sarebbe perfetto per portare Il tempo del girasole sul grande schermo. Nel cast, mi piacerebbe vedere Barbara Ronchi nel ruolo di Elena, per quella sua capacità di esprimere conflitto, grazia e determinazione con naturalezza e intensità. Per gli altri attori, invece, lascerei la scelta ai lettori…»

Antonella Fullone

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