Recensioni: “Malapace” di Francesca Veltri

“Dove ci sono gli uomini, stai pur certo che c’è un inizio di corruzione.”

Anno 1944. Ancora in pochi lo hanno capito o ammesso, ma la Seconda guerra mondiale sta giungendo al suo epilogo, perlomeno in Europa. Di certo non lo ha compreso – e neppure ne è interessato – un gruppo di uomini reclusi in un campo d’internamento francese; uomini sfiniti dagli stenti, in attesa di condanna, ché pensare a un processo pare oramai un’utopia.

Questo è lo scenario gelido e opprimente che ci introduce in Malapace, il nuovo romanzo di Francesca Veltri pubblicato da Miraggi nella collana Scafiblù, dedicata alle penne stilisticamente e contenutisticamente più anarchiche della Penisola.

Uomini sott’accusa per le proprie scelte

Tra i prigionieri c’è Antoine, soldato volontario della Légion des Volontaires Français, costola francese delle milizie tedesche, avvinghiatosi alla storica nazione nemica perché folgorato dalla perfidia di Adolf Hitler susseguentemente all’aggressione dell’Unione Sovietica del 1941, a dispetto del patto Molotov-Ribbentrop che due anni prima aveva sottoscritto la vicinanza – o sopportazione reciproca – tra il Führer e Stalin:

“Questo è un uomo senza scrupoli, ho pensato, ma è così che dev’essere un capo”.

Di impronosticabili cambi di bandiera, François, un altro internato, ne ha fatti pure di più: figlio di un ex militare decorato al valore durante la Grande Guerra, è stato prima comunista, poi pacifista, infine collaborazionista dei tedeschi e funzionario del ministero della Propaganda a Vichy.

“[…] è la mia stessa ipocrisia a farmi nausea. […] Ero al Ministero della Propaganda, dove che ci piacesse o meno difendevamo quello che loro e i nazisti facevano in Francia.”

François, voce narrante di Malapace, si rivela presto un uomo debole, cagionevole di salute, condizionato dal giudizio altrui, a disagio con le proprie decisioni – anzi, come letto, letteralmente nauseato da esse –, timoroso che non siano accettate, che gli vengano ricordate mettendolo nuovamente con le spalle al muro, psichicamente sott’accusa, rendendo manifeste ancora una volta la sua cedevolezza e la sua pusillanimità. Prima che in quella del campo di prigionia, François è rinchiuso nella gabbia di ignominia da lui generata: la delusione data agli altri gli è assai più greve di quella che ha dato a se stesso.

Si vergogna profondamente di essersi arreso, di avere aiutato i tedeschi a stabilirsi a casa sua, di avere scelto quello che reputava il “male minore”; una decisione presa da molti francesi nella insensata speranza di mantenere inalterati la propria integrità e i propri territori. Fare cessare il fuoco nazista, consegnare al Terzo Reich il Nord del Paese – Parigi inclusa – per poi costruire, nella restante parte, un nuovo governo francese, quello dello stato collaborazionista di Vichy.

La patria dell’Illuminismo si arrendeva al tiranno tedesco, ché “la guerra andava fermata a qualsiasi costo”.

“Perché mi ha guardato con quell’aria stupefatta? In effetti erano anni che non ci incontravamo, ma avevamo un certo numero di conoscenti in comune, e avrei pensato che lui sapesse tutto di me, così come io sapevo di lui anche più di quello che avrei voluto.”

Il torturatore e il pacifista

L’incontro tra i due uomini – torturatore impenitente Antoine, pacifista colmo di sensi di colpa François – è occasione per ripensare ai rispettivi percorsi di vita, per fare emergere episodi sottovalutati dell’infanzia, rancori malcurati, per riflettere sulla ferocia dei conflitti, sulle ipocrisie e le meschinità degli ideali politici, amati, traditi e disconosciuti, credi messi in discussione, ma senza il coraggio necessario per ammetterlo a se stessi e agli altri.

Francesca Veltri ci conduce in questo vortice in cui i disagi del presente si mescolano alle passioni incerte del passato: la ancestrale gelosia di François per Martine, socialista e anticlericale di origini ebraiche, amore mai accolto e compiuto, e Jean-Pierre, rivoluzionario e fermo idealista, il ragazzo che François avrebbe voluto essere prima di tradire la famiglia, la fede, i valori in cui è cresciuto.

La guerra va fermata a ogni costo? Anche tramite una “malapace”?

La lettura procede verso il fine che pagina dopo pagina diviene ineluttabile: la resa dei conti. Un confronto – magnificamente orchestrato dall’autrice – traboccante d’odio ma non più derogabile, rude ma attraente, che crea fratture nella coscienza, che divide inevitabilmente anche il pubblico. È giusto proseguire una guerra per non soccombere e risvegliarsi schiavi dell’invasore? Oppure lo spargimento di sangue va fermato a ogni costo? Come si può torturare una persona per obbedire a un ideale? Come ci si può accanire su un corpo inerme, ridotto a non più che pelle e anima?

“E a ogni colpo, ogni urlo, vedi letteralmente la lotta fra la carne che si ribella al dolore, che farebbe qualsiasi cosa per farlo cessare, e l’anima o quel che è che gli impedisce di arrendersi, quando in fondo basterebbe così poco… qualche parola soltanto, e tutto sarebbe finito.”

È semplice comprendere che i temi trattati da Francesca Veltri sono quanto mai attuali. Malapace ci pone dinanzi a dei bivi, non ci lascia lettori passivi, ma esamina il nostro pensiero, ci risveglia dal sogno delle ideologie e ci fa sentire colpevoli e innocenti, condannati e assolti per le scelte compiute o anche solo assecondate.

Dopo Edipo a Berlino, Veltri riapre le pieghe degli eventi che hanno segnato l’ultimo conflitto mondiale con un romanzo storico e politico che stuzzica i nervi scoperti di una guerra che ha lasciato capitoli irrisolti, strascichi mai affrontati e divenuti autentici tabù.

Antonio Pagliuso