Recensioni: “Malinverno” di Domenico Dara

Recensioni: “Malinverno” di Domenico Dara

Un incantevole omaggio ai libri e all’amore che può valicare i confini del Regno dell’ombra: Malinverno è l’ultimo romanzo di Domenico Dara, edito Feltrinelli.

 

Nulla è più visionario dell’amore, sosteneva Stendhal, e decine sono gli amori immaginati che hanno segnato la storia della letteratura: Gatsby e Daisy Fay, Humbert Humbert e Lolita, l’anonimo sognatore di Dostoevskij e Nasten’ka, Florentino Ariza e Fermina Daza. Si aggiunge a questo folto gruppo Astolfo Malinverno protagonista degli innamoramenti fantasticati di Malinverno, l’ultimo romanzo di Domenico Dara, pubblicato da Feltrinelli.

Astolfo Malinverno, il cui nome potrebbe risultare memorabile ovunque fuorché nel posto dove vive, è il bibliotecario di Timpamara, “il paese di carta”, dove ha sede un macero che cancella ogni giorno quintali di riviste, giornali e documenti.

Venti di carta soffiano su Timpamara, luogo in cui si rischia di beccarsi “il morbo della lettura”. Per le vie del paese svolazzano frammenti di amori, di tragedie, di intrighi; a Timpamara i libri non vengono eliminati, ma tenuti in vita e altare di questo moto di resistenza è la biblioteca di cui Malinverno è il primo e unico bibliotecario. Malinverno è un uomo curioso, abitudinario e metodico, ma la sua routine cambia quando un giorno il sindaco del paese lo avvisa che da quel momento dovrà prestare servizio anche al cimitero comunale. Da un luogo di vita a un luogo di morte, o forse no.

Fin dall’istante in cui il bibliotecario camposantaro varca l’ingresso del cimitero è chiaro che il romanzo assumerà presto delle tinte misteriose e questo passaggio arriva quando il protagonista, intento a ripulire dalle foglie secche un vialetto, si imbatte in una fotoceramica. L’immagine ritrae una donna bellissima, dagli occhi scuri e i capelli corvini, separati alla sommità da una delicata scriminatura. D’ognintorno nulla, nessuna incisione: né il nome, né la data di nascita, né quella di morte.

Per Astolfo Malinverno, quel volto magnetico, triste e candido allo stesso tempo, non può che corrispondere a quello dell’amata madame Emma Bovary; ed è così che il nuovo guardiano del cimitero si convince che madame Bovary sia seppellita a Timpamara.

Quando il solitario Malinverno, sempre più innamorato della sua Emma – le parla dei libri che legge, la informa sui morti del giorno, ne fa unica confidente –, incontrerà la donna passeggiare tra la ragnatela di sentieri del cimitero, nel mondo dei vivi, si ritroverà a intraprendere una ricerca nel tempo e in se stesso per scoprire la vera identità della donna vagheggiata.

“I miei battiti sembravano sincronizzati ai suoi passi lenti, un passo e un battito, un avvicinamento e un respiro più trattenuto. Fu a un metro e mezzo circa, centroquarantasei centimetri, che si voltò.
Mi si fermò il respiro.
Emma.” 

Che il seppellimento sia soltanto inscenato per un estremo tentativo di cancellarsi dalla Terra? Cosa nasconde quella donna senza nome?

Malinverno è un romanzo ricco di personaggi dalle storie dolorose ed eccezionali; non solo i ricordi mesti di Malinverno, il “custode d’anime”, ma anche le seducenti vicende di Elea Maierà il Resuscitato, Marfarò il becchino, che ama abbellire le fotoceramiche dei defunti, Isaia Caramante, un uomo misterioso che gira con un borsello nero e delle cuffie da una lapide all’altra, l’amore oltre la vita tra Margherita e Fiodoro, storie nella storia, non episodi di guarnizione, che Domenico Dara racconta con grandiosa maestria e voce lirica.

“Dopo ventisette libri si amarono per la prima volta, di notte, sotto una luna piena e sopra un letto di volumi scaricati quel pomeriggio e provenienti da una biblioteca di testi classici, si amarono per la prima volta sopra le opere complete di Seneca, mentre il collo di lei poggiava sul Simposio di Platone e le sue mani nei momenti di piacere stringevano le Odi di Catullo e la Cynthia di Properzio.”

Un romanzo che è un omaggio ai libri, strumento per ricordare i nomi degli uomini, ma soprattutto il sommo antidoto alle malinconie e ai dolori dell’esistenza, il miracoloso espediente “di costruirsi un mondo immaginario per sopravvivere a una vita insoddisfacente”.

Antonio Pagliuso