Indice dei libri proibiti della Chiesa Cattolica.

Da sempre il Potere ha temuto la conoscenza e la divulgazione del sapere, provando in ogni modo a tenere l’uomo sotto una cappa d’ignoranza. Per molti secoli strumento principale per perseguire questo obiettivo fu l’Indice dei libri proibiti dalla Chiesa Cattolica.

Nell’era digitale anche la cultura è a portata di clic; oggi è semplice fruire di qualsivoglia tipo di informazione ovunque ci troviamo. Ma, ovviamente, non è sempre stato così. C’è stato un tempo in cui la conoscenza era custodita gelosamente solo dai libri. C’è stato un tempo – e forse c’è ancora – in cui la conoscenza faceva paura, un tempus obscurus, in cui la Chiesa Cattolica si è addirittura sentita minacciata dal sapere, tanto da stilare un indice di libri proibiti, libri che dovevano bruciare. Al rogo, come le streghe e gli eretici.

L’Indice dei libri proibiti – l’Index librorum prohibitorum – era un elenco di libri profani, redatto nel 1558 (e diffuso poi nel 1559) da papa Paolo IV. Conosciuto per questa ragione anche come Indice Paolino, l’Index disponeva un’aperta condanna per i volumi considerati immorali, offensivi e non corretti sul piano teologico. Si pensi che nel 1559 il capo di imputazione più ricorrente nei processi per eresie, era la “detenzione” di libri.

Papa Paolo IV. Foto di Maniera di Iacopino del Conte – www.culturaitalia.it di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Al rogo anche le traduzioni volgari della Bibbia

Facciamo però un salto ancora più indietro, esattamente all’anno 325, al Concilio di Nicea. Ab origine la Chiesa ha sempre proibito la lettura e la diffusione di libri considerati eretici e proprio in quegli anni assistiamo alle prime manifestazioni di censura con la messa al bando delle opere di Ario, un teologo berbero.

Successivamente, papa Anastasio I bandì le opere di Origene e Leone I quelle dei manichei. Nel Secondo Concilio di Nicea – anno 787 – si impose la confisca dei libri proibiti che dovevano essere consegnati direttamente nelle mani del vescovo. Al Terzo Concilio del 868, poi, furono date al rogo opere di Pietro Abelardo, Francesco Stabili e Arnaldo da Brescia. Addirittura, nel 1234, si arrivò anche a bruciare le traduzioni in lingua volgare della Bibbia, il che manifestava il timore della Chiesa che il popolo potesse consultare da sé il testo sacro, senza alcun tipo di filtro, con la possibilità che si andassero a creare interpretazione discordanti da quella originale, dalla versione ufficiale.

L’arrivo della stampa

La diffusione della cultura diventò per la Chiesa difficile da controllare con l’avvento in Europa della stampa a caratteri mobili, a opera del tedesco Gutenberg, che dal 1453 portò a una rapida diffusione il sapere attraverso il moltiplicarsi delle tipografie e dunque dei testi, anche grazie alla geniale trasformazione che apportò al formato dei libri l’editore Aldo Manuzio, che sostituì i libroni in-folio con volumi dal formato “tascabile”, facili da potere trasportare.

Censure e autorizzazioni papali

Così, per far fronte al problema, la Chiesa rispose con la bolla papale, emanata nel 1487 da Innocenzo VIII, dove venne introdotta la censura preventiva. A seguire, nel 1515, un’altra bolla papale da parte di Leone X introdusse l’autorizzazione precauzionale alla stampa, l’imprimatur. Fu Papa Paolo III a istituire poi, il 21 luglio 1542 tramite la costituzione apostolica Licet ab initio, la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione, organismo più noto come il Sant’Uffizio, il cui compito era di difendere l’integrità della fede ed esaminare le false dottrine anche avvalendosi di un indice di libri proibiti.

Il primo Indice dei libri proibiti

Nel 1548 fu Giovanni Della Casa, arcivescovo e letterato – celebre per aver pubblicato il Galateo, il più conosciuto manuale di buone maniere –, a stilare il primo Indice, un elenco di 149 opere etichettate come eretiche. La proibizione però non fu applicata a causa della ferma opposizione dei librai.

La strada era comunque tracciata: nel corso del Concilio di Trento (1545-1563), aperto per fermare la diffusione della dottrina luterana che si espandeva nel continente a macchia d’olio e che cominciava a minacciare seriamente la Chiesa Cattolica, Paolo IV, duecentoventitreesimo pontefice, promulgò con un decreto affisso a Roma il 30 dicembre del 1558 il primo Indice dei libri profani per la Chiesa Cattolica. La lista si impose nel mondo con queste parole: “Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio”.

I libri proibiti

In questo primo elenco erano vietate, tra le tante, il De Monarchia di Dante Alighieri, il Decameron di Giovanni Boccaccio, il Talmud e tutte le opere di Guglielmo di Ockham, Machiavelli ed Erasmo da Rotterdam.

Questo non fu che l’inizio, tant’è che nel 1564, al termine del Concilio di Trento, venne pubblicato dal Santo Padre e sotto la spinta del cardinale Carlo Borromeo, un secondo elenco, l’Indice Tridentino – o Index librorum prohibitorum cum regulis confectis – che a differenza del primo fu sì meno rigido ma applicato in tutta Europa.

Qualche anno più tardi – era il 1571 – fu istituita la Congregazione dell’Indice, col potere di aggiornare la lista dei libri proibiti, quelli diversi, causa di un pensiero originale, e quindi pericolosi. I testi contenuti nell’Indice – diffuso a tutti i librai –, aumentarono notevolmente nel Seicento a seguito delle prime, rivoluzionarie scoperte effettuate nel campo scientifico. Proprio perciò, paradossalmente, nella lista nera finirono opere come quelle di Niccolò Copernico, Galileo Galilei e Giordano Bruno, opere e pensieri che per fortuna neanche il fuoco dell’ignoranza riuscì a fermare.

Non solo il pensiero scientifico faceva paura alla Chiesa Cattolica, ma anche saggi di letteratura, filosofia e storia furono messi al bando. Nei secoli finirono sulle pagine dell’Indice lavori di Baruch Spinoza, Alexandre Dumas padre e figlio, Denis Diderot, Francesco Bacone, Immanuel Kant e Victor Hugo.

Alcuni autori, come ad esempio Torquato Tasso, si autocensurarono; altri, invece, se ne infischiarono delle sanzioni e continuarono il loro lavoro di divulgazione del sapere: i già citati Bruno e Galilei, Giacomo Leopardi, Benedetto Croce, Ugo Foscolo, Cesare Beccaria, Thomas Hobbes, Voltaire. Tra gli ultimi a entrare nell’Indice – che comunque aveva già perso in autorità da tempo – furono Simone de Beauvoir, Jean-Paul Sartre, Gabriele d’Annunzio e Alberto Moravia.

La soppressione dell’Indice dei libri proibiti

Nei suoi quattro secoli di vita, l’index fu aggiornato almeno venti volte. L’ultimo aggiornamento fu registrato nel 1948.

Il 7 dicembre 1965, giorno precedente alla chiusura del Concilio Vaticano II indetto da Paolo VI, spuntò finalmente la luce in fondo al tunnel: l’Inquisizione Romana venne sostituita con la Congregazione per la dottrina della fede, istituto con il compito di promuovere la ricerca teologica, senza più alcuna forma di repressione. Nel 1966 venne così definitivamente abolito il potere sanzionatorio dell’Index librorum prohibitorum, relegandolo a documento storico e a un mero monito alla coscienza del buon cristiano.

La storia ci insegna quanto il progresso, la divulgazione del sapere, la conoscenza abbiano sempre fatto paura al Potere che, dalle origini a oggi, pur cambiando d’abito, ha in ogni modo cercato di tenere l’uomo sotto il giogo dell’ignoranza. Eppure, l’uomo ha sempre capito, presto o tardi, che la vera rivoluzione è la battaglia culturale.

Una versione del 1564 dell’Indice dei libri proibiti

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Emanuela Stella