Leonardo Sciascia e Italo Calvino, le lettere tra lo scrittore e l’editor

Leonardo Sciascia e Italo Calvino, le lettere tra lo scrittore e l’editor

L’8 gennaio 1921, cento anni fa, nasceva Leonardo Sciascia, lo scrittore “lanciato” da Italo Calvino. Tra i due uno scambio epistolare lungo oltre vent’anni.

Nacque l’8 gennaio 1921 nella Racalmuto del sale e dello zolfo, una cittadina della Sicilia occidentale che diventò la Regalpetra delle sue Parrocchie, l’opera d’esordio (1956). Nel corso della sua carriera artistica, Leonardo Sciascia (1921-1989) ha trattato i temi della giustizia, della corruzione, della criminalità organizzata e della sua connivenza con gli organi di potere. Ha raccontato la sua Sicilia, “la bella Trinacria, che caliga / tra Pachino e Peloro” come direbbe Dante Alighieri, misteriosa e contraddittoria, aspra e bellissima, dandole una dimensione nazionale; coi suoi scritti, infatti, fece capire che tutta l’Italia era ormai diventata una grande Sicilia, con gli stessi problemi, con le medesime depravazioni. A Sciascia e al suo romanzo più famoso al grande pubblico, Il giorno della civetta, si deve, inoltre, la legittimazione del poliziesco come genere letterario vero e proprio, fino a quel tempo percepito soltanto come un diversivo.

Il giorno della civetta e l’umanità degli uomini e dei quaquaraquà

A Il giorno della civetta – che quest’anno compie sessant’anni essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1961 – Sciascia lavorò un anno per renderlo più asciutto ed essenziale, un anno di “lavoro di cavare”. Un lavoro che fu anche ostacolato da dubbi e ripensamenti: lo stesso autore sosterrà di averlo scritto senza quella libertà della quale dovrebbe godere uno scrittore, ché si sa, in Italia “non si può scherzare né coi santi né coi fanti”.

La trama de Il giorno della civetta è nota: una mattina il signor Colasberna, imprenditore edile, viene ammazzato mentre si accinge a salire sull’autobus per Palermo. Lo stesso giorno sparisce un altro uomo: è Nicolosi, un agricoltore che sa qualcosa circa l’uccisione del Colasberna. A indagare sui casi è il capitano Bellodi, un settentrionale “che vede mafia da ogni parte” e che prova a scardinare un sistema troppo grande e radicato.

Tra i passi più celebri dell’opera, l’incontro tra Bellodi e don Mariano Arena in cui il mammasantissima del paese si lascia andare a una spietata disanima dell’umanità: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”.

Il finale del romanzo è amaro e non risolutorio, come si confà al vero giallo italiano: il caso viene insabbiato e Bellodi sarà trasferito al Nord dove rifletterà sulla breve esperienza in Sicilia, terra in cui si possono trovare davvero tante cose, ma non la verità, per dirla con Renato Guttuso.

Italo Calvino scopre il maestro Leonardo Sciascia

Italo Calvino (1923-1985), scrittore molto diverso da Sciascia, già editor e in quel periodo consulente editoriale esterno della Einaudi, fu uno dei primi lettori del romanzo più famoso dell’autore siciliano.

In realtà, la corrispondenza tra i due grandi scrittori era cominciata già da tempo. Calvino aveva adocchiato Sciascia nel 1954; all’epoca l’autore siciliano era un giovane maestro elementare di Racalmuto che si divertiva a scrivere poesie e saggi su riviste di letteratura. L’8 ottobre di quell’anno, in una lettera al giornalista Alberto Carrocci, fondatore (assieme ad Alberto Moravia) della rivista Nuovi argomenti, Calvino definì il manoscritto Cronache scolastiche di Sciascia “molto impressionante”. Il testo fu pubblicato l’anno seguente in un numero di Nuovi argomenti.

Nel 1957 ci fu la lettura da parte di Calvino di alcun altri racconti sciasciani (La zia d’America, La morte di Stalin e Il quarantotto) sui quali lo scrittore nato sull’isola di Cuba si esprimerà come segue: “Dei tre racconti, il migliore à ancora La zia d’America nonostante sia un prodotto ‘di scuola’ e non di prima mano, perché deriva apertamente da Brancati, ma è molto felice e divertente. La morte di Stalin è più pamphlettistico, e un po’ deludente, dato il tema”. Chiaramente sul giudizio all’ultimo brano, influì molto il trascorso da militante partigiano di Calvino.

I racconti comunque confluiranno ne Gli zii di Sicilia (editi da Einaudi l’anno dopo e più tardi irrobustiti con il racconto L’antimonio).

Calvino su Il giorno della civetta

È il 1960 quando l’editor si imbatterà nel manoscritto de Il giorno della civetta. Si esprimerà come segue:

Torino, 23 settembre 1960

“Caro Sciascia,

letto Il giorno della civetta. Sai fare qualcosa che nessuno sa fare in Italia: il racconto documentario, su di un problema, dando una compiuta informazione su questo problema, con vivezza visiva, finezza letteraria, scrittura sorvegliatissima, gusto saggistico quel tanto che ci vuole e non più, colore locale quel tanto che ci vuole e non più, inquadramento storico e nazionale e di tutto il mondo intorno che ti salva dal ristretto regionalismo, e un polso morale che non viene mai meno.

Si legge d’un fiato. Verso la fine dove diventa quasi una nuda istruttoria un po’ perde vivezza. Ma questo suo esser dichiaratamente un ‘documentario’ a me piace. Buono il finale parmigiano”.

Leonardo Sciascia e Italo Calvino, le lettere tra lo scrittore e l’editor

A ciascuno il suo, il giallo che non è un giallo

Qualche anno dopo l’autore delle Città invisibili apprezzerà moltissimo pure il secondo romanzo poliziesco di Leonardo Sciascia dal titolo A ciascuno il suo. Gli scriverà il 10 novembre 1965:

“Ho letto il tuo giallo che non è un giallo, con la passione con cui si leggono i gialli, e in più il divertimento di vedere come il giallo viene smontato, anzi come viene dimostrata l’impossibilità del romanzo giallo nell’ambiente siciliano. È insomma un ottimo Sciascia, che si affianca al Giorno della civetta e lo supera, perché c’è più ironia […] Questa Sicilia è la società meno misteriosa del mondo: ormai in Sicilia tutto è limpido, cristallino: le più tormentose passioni, i più oscuri interessi, psicologia, pettegolezzi, delitti, lucidezza, rassegnazione, non hanno più segreti, tutto è ormai classificato e catalogato […] Tanto che speriamo ardentemente che nulla cambi, che la Sicilia resti perfettamente uguale a se medesima, così potremo al termine della nostra vita dire che c’è almeno una cosa che abbiamo conosciuto a fondo!”.

Calvino Pigmalione di Sciascia

Il sodalizio tra i due non cessò. Italo Calvino, nonostante il rapporto con l’Einaudi sia divenuto sempre più sporadico a causa dei suoi soggiorni all’estero, ormai richiestissimo intellettuale, fu primo lettore e correttore dei successivi Il Consiglio d’Egitto, del testo teatrale L’onorevole, del saggio La scomparsa di Majorana e dei romanzi Il contesto (“Certo non so se ho capito tutto e se quel che non ho capito deve restare mistero o dovevo capirlo, e questo mi dà un po’ di disagio”) e Todo modo (“Anche questa volta mi sono appassionato a ricostruire quello che lasci in ombra cioè la soluzione del giallo”).

Grazie all’interesse del suo Pigmalione, Leonardo Sciascia era già diventato uno degli autori di punta della casa editrice fondata a Torino nel ’33 e uno degli scrittori più letti d’Italia. 

Antonio Pagliuso